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Generzione X- Din-Don: “Avete udito la buona novella”

Buongiorno a tutti cari amici ed amiche e bentornati sulla nostra rubrica di generazione X.
Le giornate ormai si fanno sempre più brevi, buie e freddolose, il peso dell’anno e di tutto quello che in esso è accaduto inizia a farsi sentire e, per via del clima sopra descritto, le uniche distrazioni per affrontare l’inevitabile malinconia consistono nel distrarsi a casa, oppure certo uscire, ma dirigersi il prima possibile verso un nuovo luogo caldo ed asciutto. Nel tragitto, poi, sarà facile imbattersi in qualche vetrina ed ecco allora che veniamo assaliti dal pensiero dei regali natalizi: Abbiamo iniziato abbastanza presto gli acquisti? Riusciremo a trovare tutto? Cosa comprare a QUELLA persona?
In un clima del genere non è difficile trovare una “buona novella”, che possa risollevarci il morale. Ci si potrebbe affidare al concetto classico e cristiano di “buona novella” che, spero non risulti una novità per nessuno, coincide con la nascita di Gesù Cristo. Ma anche questa realizzazione riesce a consolare poco lo spirito, e funziona bene solo durante la giornata del 25 Dicembre (del resto un compleanno si festeggia nel giorno del compleanno, non prima dopo, no?).
Tutti i 12 lettori e ½ abituali di questa rubrica sapranno come a me piaccia molto osservare il periodo natalizio anche attraverso le sue lenti antiche, precisamente attraverso il fatto che la festa originale di cui il cristianesimo si è appropriato si trovava verso la fine di dicembre perché, nell’antichità, già sopravvivere a metà di quel gelido periodo che andava da Novembre a Febbraio era un traguardo che meritava di essere festeggiato. Una festa che insomma non nasceva dal desiderio di lodare una divinità (anche se molte culture lo facevano… e lo fanno ancora, ops!) o di festeggiare qualche raccolto, ma era semplicemente un’occasione per ritrovarsi attorno ad un fuoco nelle tenebre di Dicembre e stare allegramente in compagnia, consapevoli che sia prima che dopo sarebbero stati tempi duri. Una tradizione che in realtà è continuata fino al ’700, fra ubriachissimi monaci amanuensi e giovanotti del New England pronti a sfondarti una finestra a sassate se non ricompensati con dei dolci (per chi se lo stesse chiedendo, sì, originariamente “dolcetto scherzetto” era una tradizione natalizia).
Oggi la situazione in realtà non appare tanto diversa. Per essere un mese di preparazione ad un evento che viene giustamente visto come un’occasione profondamente gioiosa, ci sono infinite motivazioni per arrivare stressati al Natale. Proprio per questo, anziché aspettare una “lieta novella” che potrebbe non arrivare mai, prendiamo spunto da quelle antiche tradizioni ancestrali e cerchiamo di essere noi quella buona novella. Facciamo in modo di essere una persona che porta allegria, o quantomeno un po’ di umano calore a tutti quelli che incontriamo, senza nessun’altro motivo sottostante che non sia il fatto che essere umani ed essere arrivati fino a questo punto della nostra vita, qualunque esso sia, è un evento che merita di essere festeggiato.
Filippo Mairani

CINEMA E SCAUTISMO- Aquile randagie: una recensione

Al cinema sono immerso in uno stato di riposo e di mezzo sonno, con un racconto messo in immagini davanti ai miei occhi e, se il racconto, come troppo spesso accade, non vale niente, mi addormento tranquillamente- questo scriveva Baden-Powell nel 1922 in “La strada verso il successo”. Il rapporto, fra cinema e scoutismo, da “Up” alla scena iniziale de “Indiana Jones e l’ultima crociata” è sempre stata abbastanza tumultuosa, fra generici richiami ad una gioventù avventurosa e competente alle inevitabili parodie dove aiutano le vecchiette ad attraversare la strada. Ma recentemente un film ha provato a raccontare una storia di vero scoutismo, partendo da fatti realmente avvenuti nel corso di uno dei momenti più bui del nostro Paese: il ventennio fascista.
Lo scorso 30 settembre è infatti uscito nelle sale del paese “Aquile Randagie”, opera prima del regista Gianni Aureli, di cui sicuramente bisogna rispettare la scelta di voler raccontare al grande pubblico la storia di questi scout antifascisti, i cui atti di coraggio sono da tempo parte della “mitologia” di tutti i gruppi scout del nord Italia e non solo, ma la cui presenza purtroppo è nulla nella coscienza generale.
Ma il suo progetto è riuscito a risultare accattivante per il pubblico generalista e coerente con gli ideali e le aspettative di coloro che, già scout, sono cresciuti con quelle storie?

I fatti storici
Nel film Aquile Randagie, come tutti i film che hanno anche uno scopo di intrattenimento e non solo documentaristico, la trama è stata adattare per cercare di trasmettere certi messaggi e dei concetti che stavano a cuore a chi l’ha realizzato. Come ogni creazione anche questo film ha “l’impronta” dei suoi autori che inevitabilmente hanno fatto emergere dei punti di vista piuttosto che altri. Tralasciamo i veri e propri artifici più o meno necessari, come Barbareschi che fugge tra le raffiche di mitra dei nazisti (cosa mai successa) o la figura della partigiana che, giustamente, da un po’ di spazio anche alla parte femminile di una storia che sembra fatta solo di maschi.
Parlando in generale dell’impostazione storica del film quello che sembra emergere è un quasi esclusivo riferimento alla testimonianza di don Giovanni Barbareschi, che ci ha lasciato l’anno scorso. Barbareschi fu un’aquila randagia ma vide solo una parte della storia perché fu poi impegnato in seminario, con la FUCI e in altre realtà; non da ultima quella del giornale “Il Ribelle” che giustamente il film menziona. Anche la creazione dell’OSCAR, l’Opera Scout Cattolica Aiuto Ricercati, nel film sembra partire da Barbareschi stesso mentre è documentato che i primi ideatori furono don Andrea “Baden” Ghetti e don Enrico Bigatti che iniziarono con i salvataggi di ricercati dopo l’8 settembre 1943.
Il vero peccato di questo film, che non ha a che vedere con il budget ridotto o l’apertura al pubblico anche non scout, è che viene data una grande rilevanza all’OSCAR (periodo dal 1943 al 1945) ma si passa via velocemente su quello che accadde tra lo scioglimento dell’ASCI nel 1928 e le prime attività in Val Codera. Dal film sembra che Kelly e i suoi, dopo le leggi fascistissime siano passati dalle riunioni nei sotterranei delle chiese al “nascondiglio” della Val Codera. In realtà le Aquile Randagie iniziarono ad usare la Val Codera per i loro campi solo dal 1940! Per i 12 anni precedenti continuarono a fare le loro uscite ogni fine settimana nei dintorni di Milano, sotto il naso dei fascisti. Questo è il merito delle Aquile. Baden disse “Ci piaceva giocare a guardie e ladri coi fascisti”. Questo spiega la scena in cui gli scout in perfetta uniforme salgono sul palco delle autorità durante la parata (nascondendo il saluto scout nel braccio teso per quello romano). Nella seconda parte del film si vedono i membri di OSCAR comunicare e nascondersi utilizzando tecniche scout, ma questo è quello che facevano i ragazzi in età di reparto durante tutto il periodo della giungla silente.

La narrativa
Sicuramente quello che più colpisce del film è la sua impostazione di tipo corale: piuttosto che focalizzarsi su un solo personaggio, Aquile Randagie cerca di rimanere il più fedele possibile al suo titolo presentando un gruppo di personaggi che, nel corso della pellicola, saranno protagonisti di diverse vignette consecutive, occasionalmente intervallate da alcuni momenti comuni, come la beffa ai nazisti durante la parata romana o le attività in Val Codera. Una scelta che è lodabile nell’intento (mostrare la varietà ed il numero del gruppo scout) ma un po’ zoppicante nell’esecuzione. Benché la trama non sia difficile da seguire, a volte mi sono trovato a chiedermi quanto tempo fosse effettivamente passato tra una scena e l’altra, o esattamente in quale luogo fosse ambientata la scena. Una soluzione al problema sarebbe potuta essere l’utilizzare la cornice durante la quale Baden scorta un nazista verso dei soldati alleati come punto di sbocco per le varie scenette, che sarebbero state nel contesto lunghi flashback, oppure seguire, per tutta la durata del film quel giovanissimo che ha pronunciato la promessa nel momento in cui il fascismo dichiarava illegale ogni associazione non affiliata al partito, scout compresi. Considerando che il film vuole chairamente essere goduto dal grande pubblico, perché non usare come principale finestra su questo mondo fatto di escursioni in montagna, resistenza al fascismo e pantaloni corti anche d’inverno qualcuno che, come il pubblico, sa relativamente poco delle Aquile Randagie?

Conclusione
Per essere un primo tentativo di un regista esordiente, ed essere un film che parla di resistenza alla dittatura, la pellicola manca paradossalmente di coraggio. La storia che racconta è godibile e non si segue con grande difficoltà, ma manca di riferimenti davvero profondi alle Aquile Randagie per accontentare chi già conosce le loro imprese, ed è un po’ troppo lento e disconnesso per accattivare davvero il grande pubblico. Rimane comunque un valido punto d’inizio per farsi un’infarinatura su chi fossero le Aquile Randagie e quale sia stato il loro ruolo di opposizione al fascismo. Rimane anche un buon punto d’inizio per lanciare progetti più ambiziosi inerenti allo scoutismo, e nonostante tutto quanto si è scritto la presenza di una pellicola simile, in un periodo dove gli estremismi stanno tornando più subdoli che mai rincuora e fa sperare che, anche stavolta, si sopravviverà un giorno in più rispetto al fascismo.

 
scritto a quattro mani da Phil & Guss.

La buona novella

10

La buona novella è che mi farete fare una bellissime attività di Natale e che mi divertirò in famigia!
Camilla

Colonia GRANDE ALCE
Non vedo l’ora

A me il Natale piace tanto per tutte le luci colorate che si vedono per le strade e nelle case.Mi rende molto felice l’idea di fare l’albero di Natale con la mamma e il papà e addobbare tutta la casa. Non vedo l’ora dei giorni di festa per poterli passare con tutta la mia famiglia a giocare e divertirci tutti insieme. Ovviamente non vedo l’ora che arrivi Babbo Natale per scartare qualche regalino …speriamo che ho fatto il bravo!
Andrea

Il mio passaggio

passaggio tikonderoga
Sabato 5 ottobre sono finalmente diventata un “lupetto scout”.
Il passaggio da “castorino” a “lupetto” è avvenuto di sera, al parco del Museo del Tessile.
Ero con il mio gruppo di castorini, la “Colonia Stella Azzurra”, era buio e mi sentivo molto emozionata.
Uno alla volta, io e altri quattro “castorini” abbiamo percorso un sentiero illuminato che conduceva ad una misteriosa capanna; sono entrata, ancora più emozionata di prima, e ho incontrato uno dei miei capi, Giulia, che mi ha detto che ero pronta a lasciare la colonia per entrare a far parte di un’altra comunità.
Poi sono passata sotto un lungo telo azzurro, agitato dai genitori, che simboleggiava il fiume dei castorini e al termine sono stata accolta dal mio nuovo gruppo: il “branco Tikonderoga”! Con loro mi aspettano nuove esperienze avventurose!
Ho voluto raccontare questa esperienza perché spero che la mia vita da scout continui e penso che i passaggi come questo siano molto importanti.

Sara

Avvento

Reparto Perseo

Inizia domenica 2 dicembre, l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima Domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento facoltativamente si può usare il rosso, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo. Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, in maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la venuta del Signore.

Per aspera ad astra

Noviziato Astra

Caro reparto… ah no, scusate, quel momento è già passato, e ne sono successe di cose da allora! Sembra quasi ieri il giorno in cui ho attraversato quel ponte, in balia delle mille emozioni che provavo: gioia, tristezza, tranquillità, curiosità, un pizzico di paura, ma anche sicurezza. Durante i passaggi mi sono resa conto che stavo camminando, letteralmente, ma anche in modo figurato: stavo facendo dei passi in avanti verso il mio futuro. Ed eccomi qua, dopo circa due mesi, in noviziato, insieme a tante altre persone fantastiche, visi conosciuti e altri nuovi, amicizie vecchie e altre nascenti, insomma ho fatto dei bei progressi.
Ricordo come fosse ieri quando ho camminato sul quel ponte, il cuore mi batteva fortissimo, le lacrime mi rigavano il viso, ma camminavo senza timore. Ricordo la paura di lasciare il reparto, l’emozione di esser stata accolta dai miei maestri e dalla scolta e dal rover anziani, la scintilla vista negli occhi di chi mi ha messo e poi tolto peso dallo zaino, il lieve tocco e le parole rassicuranti di chi mi ha dipinto la faccia.
E poi le attività, la timidezza iniziale, specialmente verso i ragazzi e le ragazze a me sconosciuti, le nuove amicizie, i sorrisi, le risate, i momenti seri e quelli di riflessione. Insomma, in poco tempo ho vissuto momenti davvero intensi, bellissimi, unici. Così come unico è il mio noviziato.
A proposito di unicità, è finalmente giunta l’ora di scegliere un nome, esattamente oggi, 30 novembre 2019. Non so gli altri, ma io ho interpretato questo giorno come un “nuovo” inizio, ma anche una continuazione del nostro percorso, un passo in avanti: ultimo giorno senza nome, e primo con; una data da ricordare, me la sono segnata sul mio quaderno di traccia.
“Ma come si chiama, quindi, il noviziato?”
Il nome prescelto è “Astra”, ripreso dalla dicitura latina “per aspera, ad astra”.
“Perché proprio questo nome?”
Perché, come dice la frase stessa, attraverso le difficoltà che incontreremo e affronteremo insieme, e nonostante le nostre diversità che, in realtà, ci accomunano, arriveremo fino alle stelle.
Qualcosa mi dice che sarà un anno stellare!
Ho già parlato abbastanza del noviziato, ora voglio parlarvi di un’altra cosa. Il tema di questo tuttoscout è “la buona notizia”.
Natale si avvicina sempre di più e noi lo attendiamo, chi più e chi meno. Io personalmente non vedo l’ora di calare nella meravigliosa atmosfera che questa festa porta con sè: luci colorate, alberi addobbati, statue illuminate sulle strade, canzoni Natalizie, regali, piste di ghiaccio, neve, vacanze… che bello, vero?
Natale porta con sè un’aria amichevole, familiare, amorevole. Per questo dobbiamo imparare a essere gentili, a pensare anche agli altri, non solo a noi stessi, a condividere ciò che abbiamo, a non essere egoisti o cattivi. Ma questo non solo questo giorno su un anno intero; dovremmo sentirci così, agire in questo modo, essere tali, sempre. Perché Natale è una sola volta all’anno, ma non passa mai di moda; così deve succedere anche con la gentilezza, la carità, la gioia, la condivisione e con tutti i valori più belli e umani.
È mio solito citarvi qualcuno nei vari articoli che scrivo, e in questo caso rimango in tema con queste 2 canzoni, che mi hanno colpita.
“Il coraggio di un bell’ideale per non essere buoni solo a Natale.”,
“Porta in dono la serenità, cogli al volo l’opportunità di sentire qualcosa dentro te.”,
“Apri il cuore a chi non ce l’ha.” (Buon Natale, Iacchetti)
“Caro Gesù ti scrivo, per chi non ti scrive mai, per chi ha il cuore sordo, bruciato dalla vanità. Per chi non sa riempire questa vita con l’amore ed i fiori del perdono, per chi crede che sia finita, per chi ha paura del mondo che c’è e più non crede nell’uomo”,
“E che la pace, come il grano al sole, cresca e poi diventi il pane d’oro di tutta la gente.” (Caro Gesù ti scrivo, Zecchino d’oro)
Ho scelto le frasi più significative di queste canzoni, e sono sicura che saprete leggerle col cuore, farle diventare vostre e fare così un passo avanti nel capire la vita.
Con affetto, alla prossima!

 
Canarino Stravagante

Una buona notizia

Co.Ca

Quella che smentisce chi non crede più nei giovani e nelle loro capacità.
Quella che più che mai invita a riflettere chi considera gli scout invasati vestiti da bambini.
È la Partenza.
Se è vero che il rover e la scolta sono educati alle scelte, e la partenza è una di queste, perché considerarla una buona notizia e non una delle sue tante occasioni di scegliere?
Mi sono risposto che sono tre i buoni motivi per farlo.
Primo: è un modo per annunciare la Buona Notizia, quella vera che è Cristo. Non ho mai avuto grossi problemi con la fede. Ciò che però emergeva nel corso del cammino di partenza era che credere è l’obiettivo, ma una volta raggiunto occorre scegliere di essere testimoni. Quale modo migliore che non incominciare con il dire di voler esserlo? Il credente non è chiamato a evangelizzare con le parole ma con le opere, motivo per cui ho scelto di credere e di testimoniarlo.
Secondo: ti obbliga alla sintesi. Chi mi conosce sa bene che non è un qualcosa che esattamente mi appartenga. Con la Partenza però ho imparato a fare ordine e a pormi nel modo giusto verso il mondo. Riconoscevo infatti che il fine del percorso scout è di educare ad essere buoni cittadini, ma mi risultava complicato declinare concretamente l’esigenza di “lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato”, perché essere un buon cittadino passa ugualmente dal raccogliere le cartacce al chiedere la fattura. La suddetta sintesi forse è arrivata anche dai miei studi giuridici: mi sono posto l’obiettivo di rispettare le persone e le regole; una scelta che pare banale ma che ti invita a leggere continuamente i tuoi valori (ci tengo all’ambiente, sono onesto…) nell’ottica di ciò che è bene per la tua comunità, sia essa il paese dove vivi o il mondo.
Terzo: è una scommessa vinta sulla libertà. È un giudizio sicuramente indotto dal mio essere diventato capo, ma adoro lo scautismo perché ti lascia libero davanti alle scelte: decidi tu se essere leale in un gioco o se impegnarti a servire il prossimo. Nei panni dei miei capi clan sarei stato ben felice di avere un rover che sceglie di partire, perché quella scommessa sulla sua libertà l’ho vinta.
Di certo da cittadino, da credente e da capo -ma potrei aggiungere anche da genitore, anche se non mi riguarda- un giovane che sceglie non è qualcosa che mi lascia indifferente.
Guardando al Natale mi viene in mente questo paragone, che lascio come augurio: come ci facciamo interrogare da Gesù che è venuto nell’indifferenza per annunciare la Buona Novella, così dobbiamo essere capaci di cogliere il bene che i giovani, nel 2019, sanno ancora fare.
Dromedario

Hanno Lasciato Una Traccia- Egidio Bullesi

Egidio Bullesi

Apostolo tra i ragazzi di Azione Cattolica e Scout, giovane laico del Terz’Ordine francescano «Posso esclamare: ecco, la mia vita segue una stella; tutto il mondo, così, mi pare più bello». Egidio Bullesi. É il santo di cui nessuno fortunatamente s’accorgeva se non per il bene che riceveva e così ha continuato a passare per il mondo facendo del bene quale pellegrino, parlando ai singoli lungo la strada.

Nasce a Pola nel 1905, terzo di nove fratelli in una famiglia di modeste condizioni e allo scoppio della guerra è già profugo con la famiglia. Torna nel 1918 a Pola, dove fa l’apprendista in un cantiere navale, impegnandosi in un’opera di apostolato nel difficile ambiente di lavoro. In occasione di uno sciopero, nel 1920, innalza il tricolore sulle gru più alte. Con due fratelli, dà vita all’Associazione Cattolica della Parrocchia, e diventa animatore dei giovani Aspiranti di Azione Cattolica, ma dopo aver partecipato a Roma nel ’21 al Congresso Nazionale per il 50° di fondazione dell’Azione Cattolica vi ritorna carico di entusiasmo per lo Scautismo, ed è tra i promotori del Reparto Scout di Pola. A pochi giorni dalla festa del Corpus Domini, Egidio fremeva desiderando che, in quella grande solennità, i Giovani Esploratori cattolici potessero prender parte anch’essi alla processione, e in uniforme, anche per poter essere conosciuti dalla cittadinanza. Sotto le mani volenterose di signore e ragazze, con l’aiuto dello stesso Egidio in un paio di giorni le uniformi scout furono pronte.

Purtroppo, dopo cinque anni, il Decreto di scioglimento dello Scautismo distrusse presto quella gioia, e di fronte alla prepotenza del governo fascista gli Esploratori dovettero riporre le loro uniformi. Così il 9 febbraio 1927 Egidio scrive al fratello Giovanni (da La Spezia): “Puoi immaginare quale impressione mi fece la notizia dello scioglimento degli Esploratori. Ammirabile la vostra fortezza d’animo e la devozione al Vicario di Cristo, colla quale accoglieste sì dolorosa deliberazione. Ora, Giovanni, conservando uniti gli Esploratori, sarà bene costituire un Circolo a Panzano e federarlo alla Gioventù Cattolica, poi mantenere intatto lo spirito scautistico, evitando solo quello che può essere contrario alle intenzioni del Papa. E del resto continuare l’identica attività. Cercare quindi di tradurre in fatto il proverbio: l’abito non fa il monaco. Va bene?”.

Pur soffrendo profondamente per la chiusura del Reparto scout, Egidio continua a tenere “istruzioni”, ad animare giochi, a svolgere attività educativa… I ragazzi si sentivano felici con lui, e a lui ricorrevano per un consiglio, per un aiuto. Presta il servizio militare dal ’25 al ’27, come marinaio, svolgendo una vivace opera di apostolato tra i commilitoni. Dopo il congedo, lavora come disegnatore nel cantiere navale di Monfalcone, ma presto la malattia lo obbliga a continue cure. Per tubercolosi, il 29 Agosto 1928 si ricovera all’ospedale di Pola, dando, durante la lunga malattia, esempio di forza d’animo e serenità francescana, arrivando anche ad offrire la sua vita per i missionari. A 23 anni Egidio Bullesi “tornò alla Casa del Padre” il 25 Aprile 1929.

Nel 1997 la Chiesa lo riconosce come Venerabile. La Causa di Beatificazione è ora all’esame a Roma. Piace pensare che, forse, nella sua adesione allo Scautismo vi è anche l’intuizione di una “strada” provvidenziale, capace di portare gioiosamente i giovani al Padre… Sembrano infatti rivolte anche ai Capi dello Scautismo queste parole di Egidio: «Si tratta di salvare molte anime di fanciulli: si tratta di orientarle per tutta la vita verso Nostro Signore, verso il suo Cuore. Si tratta di dare all’Italia nostra la giovinezza di domani, forte e pura, colta e pia, si tratta di popolare il Cielo di Santi».

Le cicogne Klepetan e Malena: Un amore che supera la disabilità

Le cicogne Klepetan e Malena

In un piccolo villaggio della Croazia, Brodska Varos, ogni stagione, da 26 anni a questa parte, un maschio di cicogna torna dopo aver percorso 14 mila Km per ritrovare la sua amata, che purtroppo non può più volare. I protagonisti di questa bella storia sono due esemplari di cicogna bianca, Klepetan e Malena (che in croato significa “piccola”).
Malena è stata trovata nel 1993 dal guardiano di una scuola dentro uno stagno con un’ala spezzata, probabilmente da un colpo di fucile di un cacciatore; l’ha curata ma purtroppo non riesce più a volare. Tra queste due cicogne innamorate si trova Stjepan Vokicm, che ora è in pensione e si occupa di Malena durante l’inverno, poiché non è in grado di procurarsi da mangiare in modo autonomo.
Stjepan ha anche costruito una passerella affinché Malena possa raggiungere il nido che si trova sul tetto, poiché non potendo volare, le sarebbe impossibile. L’uomo si assicura che sia tutto pronto per l’arrivo di Klepetan, aiutandoli a procurarsi il cibo durante l’accoppiamento, poiché Klepetan sarebbe normalmente aiutato da Malena nel momento in cui devono cercare gli alimenti per i piccoli.
Malena e il suo salvatore vivono insieme e condividono le stesse passioni come andare a pescare e guardare la televisione. Durante i rigidi inverni croati la cicogna vive all’interno di un magazzino nel quale è stato ricreato un microclima adatto alle sue esigenze, con un sistema di riscaldamento, un acquario e un nido.
In primavera il guardiano inizia a preparare un grosso nido capace di accogliere i due innamorati e la loro futura nidiata. E anche quest’anno Klepetan è ritornato da Malena e rimarrà con lei fino a quando non sarà riuscito ad insegnare a tutti i suoi piccoli a volare cosicché possano migrare con lui.
A Klepetan è stato messo un anello di rilevamento in modo tale da monitorare i suoi lunghi viaggi migratori, ed è così che sono riusciti ad identificare la sua residenza invernale, Città del Capo nella Repubblica Sudafricana.
Le cicogne sono da sempre considerate un simbolo di fertilità, ma da dove ha origine questa storia? Tutto nasce in Europa, e sembra quasi una favola, dove le cicogne erano molto numerose ed erano solite costruire i propri nidi sui tetti delle case. Ma un tempo, a causa della grande povertà, i camini venivano accesi solo quando nasceva un bambino e così le cicogne in primavera, ritornando dall’Africa, erano attirate dal caldo dei comignoli e nidificavano proprio lì. Questo è il motivo per cui le cicogne sono state associate all’arrivo di un neonato.
t. r.

BLOG DE PAPEL-Episodio II: La rete e le strade

Gli antichi romani l’avevano capito bene: una società per funzionare ha bisogno di essere connessa e scambiare informazioni in modo facile e veloce. Per questo l’Impero Romano era tessuto di strade fatte ad arte (tanto che molte rimangono tutt’oggi visibili), ponti e gallerie. Su queste strade correvano (anzi, galoppavano) le notizie, gli ordini, le merci… e gli eserciti.
Anche il nostro corpo funziona così: al nostro interno si intrecciano nervi e vasi sanguigni che raggiungono ogni nostra estremità e profondità. Così è pure la rete del Web, di Internet, dei social e delle app: reti invisibili ci collegano in (quasi) ogni parte del globo e le informazioni che viaggiano sui fili immateriali di questa rete sono quasi istantanee. Ormai è così facile e veloce scambiare notizie, ordini, merci e quant’altro tramite la rete che siamo sempre più convinti di aver creato un nuovo mondo molto più facile da abitare rispetto a quello “vero”, in cui bisogna alzarsi, prendere, fare, sbrigare…
Eppure, le vie della rete non fanno cose molto diverse da quelle degli imperatori romani: ci collegano, ci connettono, ci mettono agli estremi opposti di qualcosa; ma non possono avvicinarci. Certo, tutto quello che fanno lo fanno meglio delle strade: ci connettono più facilmente, in meno tempo, in modo più intenso e diretto. Chi direbbe che è meglio affidare un pezzo di carta ad un tizio a cavallo per farlo recapitare a giorni e giorni di distanza, piuttosto che mandare un vocale su WhatsApp? La risposta è scontata ma, nonostante questo, ancora non possiamo usare i social per accorciare le distanze.

Vi ho già raccontato di come, da quando ero alle elementari al mio arrivo alle medie, in casa mia si è passati dal telefono con la cornetta (di cui allego una foto, nel caso qualcuno dei nostri fratellini e sorelline non ne abbia mai visto uno), al “fisso senza fili” (il cordless), al primo cellulare di mio padre (con gli SMS, i “messaggini”) e poi di colpo Internet in casa con Windows Explorer e una mail che dava accesso ad un servizio di chat. Di colpo (e intendo proprio di colpo, tipo e-Dio-disse-luce-e-luce-fu) potevo fare i compiti con i compagni di classe e partecipare al funerale del criceto di un mio squadrigliere (ciao Pier, sono sicuro che Wolverine ti vuole ancora bene, ovunque sia). Tutto questo, che oggi ci pare automatico e scontato, ci ha dato il potere di essere “con”, ma non ancora quello di essere “lì”. Corriamo il rischio di fare confusione perché il coinvolgimento e le emozioni che proviamo quando siamo connessi con persone care o sconosciute, sia in momenti di gioia che di sofferenza, può essere grande. Non dobbiamo mai dimenticare, però, che essere coinvolti spesso non basta: bisogna essere partecipi!
Quando esprimiamo solidarietà sui social a qualche persona che sappiamo essere in difficoltà o quando condividiamo notizie “indignate” stiamo agendo sulla base dell’informazione… ma è l’azione che manca!

Allora ecco che, pur col passare dei millenni, abbiamo un unico modo per avvicinarci agli altri e partecipare alla loro vita, alla loro gioia o dolore, alla loro sfida: dobbiamo metterci le scarpe e imparare la strada e andare verso il “prossimo” per renderlo davvero tale.

Continuate a seguirci e fateci sapere cosa ne pensate per le prossime puntate di Blog de Papel!
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