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La notte che mi ha accolto

Una notte di gennaio, di qualche settimana fa, verso le 23:30 si è aperta la “rupe del consiglio” per far fare la promessa ai cuccioli. I cuccioli sono i nuovi arrivati ed io ero uno di loro. Come un cucciolo che per crescere ha bisogno di essere voluto, accettato e “accudito” nel branco così io lo avrei desiderato per me. Il mio branco è l’Albero del Dhak. E il giorno della promessa, tanto atteso, mi avrebbe fatto diventare parte del branco a tutti gli effetti.
Continuavo a ripetere nella mia mente, per paura di dimenticarle, le parole che avrei dovuto pronunciare davanti ad un capo. Chissà quale capo mi sarebbe capitato, pensavo.
A concentrarmi, però, mi ha aiutato il mio capo sistiglia che mi ha sostenuto (oltre che interrogato!), incoraggiato e accompagnato davanti ai vecchi lupi.
Avevo il cuore in gola, eccitato ad ogni passo, felice e fiero allo stesso tempo mentre pronunciavo la promessa. Poi mi hanno annodato il fazzolettone al collo e mi sono sentito finalmente dentro il branco!
In un’unica notte ho sperimentato uguaglianza e inclusione: la promessa ci rende tutti uguali all’interno del branco e allo stesso tempo consente di farne parte.
L’uguaglianza non appartiene solo agli scout, è di tutti perché tutte le persone vorrebbero avere una vita felice, proprio come ha detto Don Bosco: “Vi voglio felici adesso e per tutta l’eternità”.
Questo desiderio che è di tutti, ci rende tutti uguali.
Come essere felici?
La mia risposta è di avere una famiglia, di essere amato e di aprirsi agli altri.
Aprirsi agli altri non è sempre facile. Con gli scout sono aiutato a farmi conoscere e a conoscere gli altri perché condividiamo il tempo insieme e le stesse cose che si fanno se le facessi da solo non sarebbero così belle e divertenti.
Ognuno di noi colora con la propria tonalità il gruppo ma quando riusciamo ad essere vicini gli uni agli altri si forma un arcobaleno… siamo tutti fatti di-versi perché siamo poesia.

Pietro Spoletini,
Nicolina De Minico

Visita al “binario 21”

Io, i miei capi e i Cda del mio branco, domenica 2 febbraio, siamo andati a vedere il museo della Shoah, a Milano, in stazione centrale. C’ero già stato con la scuola, ed è stato interessante, rivederlo.La guida è stata molto brava e ci ha spiegato tutto quello che è successo in quegli anni. Ho pensato a tutte quelle persone che sono partite dal binari 21 della stazione e che non sono più tornate.

 
Matteo Ranghetti

 

E’stata molto bella, questa uscita coi Cda del mio branco, però avrei voluto che durasse di più. Siamo andati a visitare il museo memoriale della Shoah, e ho scoperto molte cose che non sapevo: quando l’8 settembre del 1943, in Italia, era uscita la notizia che tutti i soldati italiani dovevano stare dalla parte degli americani e dovevano combattere contro i tedeschi. In realtà, l’8 settembre, non è la data giusta, perché il Re Vittorio Emanuele e Mussolini, avevano deciso questa cosa, cinque giorni prima, ma il Re aveva fatto pubblicare la notizia dopo, così lui ha avuto il tempo di scappare in Puglia. Questa notizia mi ha scioccato molto.

Silvia Setti

Memoriale

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Domenica 2 febbraio, mi preparo lo zaino, andiamo in stazione. Piano piano iniziano ad arrivare i fratelli del branco Tiko, è un’uscita Cda!
Prendiamo i biglietti e saliamo in treno. Sembra un set fotografico, sì, perché le mie amiche hanno preso la macchina fotografica, ed io e Silvia, facciamo le foto.

Parliamo e parliamo, del 27 gennaio, delle donne durante la deportazione.
Scendiamo dal treno e andiamo nella cappella della stazione centrale di Milano, assistiamo alla messa e Don Germano, ci chiede di leggere e fare i chierichetti.

 
È stato bello! Il sacerdote, molto anziano, ci ha riempito di dolci che abbiamo mangiato tutti insieme, vicino ad una fontanella.Acqua fresca, quello che ci vuole!
Arriviamo nei sotterranei della stazione, al Memoriale! Il mio sogno si è avverato!
Vedo la frase del monumento all’entrata, “Indifferenza”, un treno sul binario 21, da dove deportavano le persone, sino ai campi di concentramento.
Abbiamo visitato tutto il museo.
Finisco con questa frase “Ricorda di ricordare”.

 
Sara Romano

Inclusione

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Inclusione, una parola usata la maggior parte delle volte, senza sapere il suo significato. Ecco come la spiego io. Immaginate di essere un bambino, ragazzo, appena arrivato in una nuova scuola o in un nuovo sport, come vi sentireste se nessuno vi salutasse e se nessuno giocasse con voi. Ecco, le persone che ti sono amiche, ti includono. Vi consiglio di essere come loro e di pensare se ci foste voi dall’altra parte.
Sveva Simone

Barriere da abbattere

Molto spesso si parla di diversità affermando che essa non debba esistere e che l’uguaglianza debba prevalere. Si parla di diversità in modo negativo, associando spesso questa parola a gesti e parole discriminatorie. “Se non sei come me non puoi…” penso sia una delle frasi più brutte che si possano pronunciare.

È una frase che io ritengo senza significato poiché implicherebbe a significare che c’è una sola persona “diversa” dal resto del mondo il che è assolutamente falso.

Mi chiedo come si possa pensare che siamo tutti uguali mentre non è chiaramente così e abbiamo diverse dimostrazioni: se tutti fossimo uguali nessuno dovrebbe morire a causa di un naufragio solo perché stava cercando una vita migliore e l’unico modo per farlo era imbarcarsi su un barcone non sicuro, nessuno dovrebbe essere escluso ed emarginato solo perché ha il coraggio di dire quello che pensa nonostante vada contro ciò che la maggior parte del gruppo afferma, nessuno dovrebbe soffrire la fame e nessuno dovrebbe sentirsi sbagliato a causa di qualche particolare disabilità o incapacità.

Non siamo tutti uguali e penso sia una fortuna e quindi, al posto di pensare all’ “uguaglianza” e a come trasformare tutti quanti in sosia identici privi di caratteristiche individuali e speciali, dovremmo pensare all’ “equità” che, purtroppo, è ancora troppo rara. Dovremmo provare a fare qualcosa per fornire a tutti gli stessi diritti, aiutare chi è più debole, non costruire delle barriere tra chi ha bisogno e chi, invece, sta bene e continua a fare una vita in cui le difficoltà si riescono ad affrontare anche grazie al fatto di non aver delle particolarità che impediscano alla società di vederlo “normale”.

Penso che lo scoutismo aiuti ad aprire la mente e a trasmettere questi valori permettendo l’inclusione all’interno dei vari gruppi di chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e a entrare a far parte di una comunità che cambia la vita di chi vi partecipa. Ciò che viene insegnato sin dalle prime attività nei castorini, sono delle abilità personali che poi entrano a far parte della nostra quotidianità senza nemmeno rendercene conto e penso sia nostro compito trasmettere tutto quello che impariamo a chi non ha l’opportunità e la fortuna di partecipare ad un progetto grande e importante come quello che B.P. ci ha offerto, così da restituire un po’ di umanità a questo mondo che, troppo spesso, è tremendamente crudele.

Quokka Empatico

L’uguaglianza nella differenza per la comunione

Una grammatica delle relazioni umane secondo Gen 2
Le diversità spaventano perché destabilizzano la nostra comprensione del mondo. Il diverso eccede gli schemi nei quali abbiamo catalogato tutte le nostre esperienze e ci costringe a rimettere profondamente in discussione il nostro modo di approcciare la vita. Il diverso, in fondo, all’inizio è sempre una minaccia, perché, per il semplice fatto di esistere di fronte a noi, mette in crisi quello che siamo, quello che pensiamo, quello che crediamo. È comprensibile, allora, che di fronte alle molteplici diversità di questo mondo globalizzato le due principali risposte siano, da un lato, il rifiuto di qualsiasi diversità in nome dell’affermazione della propria identità e, dall’altro lato, l’omologazione delle diversità in nome di un’uguaglianza teorica. In entrambi i casi, però, l’operazione è la medesima: l’eliminazione delle diversità. Sia chi dice: “Noi abbiamo la nostra identità, quindi i diversi devono stare a casa loro”; sia chi dice: “Siamo tutti uguali, le differenze sono solo delle convenzioni”; stanno eliminando entrambi le diversità perché in realtà ne hanno paura e non sanno come approcciarle.
Come stare di fronte alle diversità? Come includerle nella nostra vita non come minaccia, bensì come opportunità? Siamo tutti uguali o siamo tutti diversi?
Il libro della Genesi, al capitolo 2, illumina la questione e ci aiuta a dare una risposta non solo teorica, ma esistenziale, una risposta che corrisponda alla verità della nostra umanità. In un certo senso Genesi delinea una grammatica essenziale delle relazioni umane che articola uguaglianza e differenza.

L’uguaglianza
La prima regola è questa: tutti gli uomini sono creati uguali di fronte a Dio.
Il Signore Dio plasma l’uomo dalla polvere del suolo alitando in lui uno spirito di vita, lo colloca nel giardino di Eden e pone al suo fianco ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo, perché possa trovare in loro un aiuto che gli corrisponda. Tuttavia questo non basta. Adamo non trova nessun essere vivente che gli sia simile e questo lo fa sentire solo. «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta”».
(Gen 2, 21-23)
Solo la donna, tra tutti gli altri esseri viventi, corrisponde all’uomo perché sostanzialmente è uguale a lui. La costola da cui è tratta Eva rappresenta la vita e dice e che la donna condivide con l’uomo la “materia prima” dell’esistenza stessa: è “ossa delle sue ossa, carne della sua carne”. L’uomo non può considerarsi completo senza la donna e la donna non può considerarsi completa prima di ricongiungersi al fianco dell’uomo. Essi sono stati creati da Dio e di fronte al loro creatore sono sostanzialmente uguali. Insomma, per la Bibbia tutti gli Adamo e tutte le Eva di sempre sono uguali di fronte al Signore Dio, quindi quando guardiamo un uomo, chiunque esso sia, dobbiamo vedere innanzitutto uno che è stato creato umano come me. Questa è la prima regola della grammatica delle relazioni secondo la Scrittura.

Nella differenza
La seconda regola dice così: l’uguaglianza di tutti gli uomini può ospitare le differenze tra di loro.
In Gen 1, 27 leggiamo: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». Quando Dio crea l’uomo, li crea maschio e femmina; sono due e diversi, ma sostanzialmente sono uguali, condividono la medesima umanità di fronte a Dio e la medesima condizione di creaturalità. Proprio sulla base di questa uguaglianza Dio crea la diversità fondamentale, quella del maschile e del femminile, per la quale Adamo è per Eva l’assolutamente altro e viceversa. A partire da questa diversità originaria, l’umanità ha potuto ospitare nel tempo una miriade di altre diversità, come il colore della pelle, le tradizioni culturali, le espressioni artistiche di qualsiasi tipologia e genere, tutte rese possibili dall’uguaglianza di fondo degli uomini rispetto al loro unico Creatore. Le diversità non contraddicono l’uguaglianza originaria tra tutti gli uomini, ma ne sono in un certo senso l’espressione piena. «Dio creò l’uomo a sua immagine; maschio e femmina li creò»: Dio ci crea tutti uguali, perciò capaci di ospitare una miriade di diversità che insieme ricompongono il volto unico dell’umanità e – insieme – tratteggiano la pienezza del volto di Colui che l’ha creata. Insomma, per la Bibbia l’uguaglianza di tutti gli Adamo e di tutte le Eva di sempre è arricchita da una miriade di diversità al suo interno, quindi quando guardiamo un uomo, chiunque esso sia, dobbiamo vedere che ciò che lo rende diverso da me in realtà non lo distanzia da me, ma lo rende ancora di più come me, diverso come me. Questa è la seconda regola della grammatica delle relazioni secondo la Scrittura.

Per la comunione
La terza regola, infine, afferma: le differenze tra gli uomini rese possibili dalla loro uguaglianza sostanziale sono finalizzate alla comunione.
Così continua il brano di Gen 2: «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gen 2, 24). Adamo ed Eva, ontologicamente uguali di fronte a Dio, dopo aver riconosciuto e valorizzato le diversità reciproche, ne fanno il punto di incontro e la possibilità di comunione tra di loro. Uomo e donna si uniscono e diventano una carne sola proprio perché sono diversi. La comunione, che costituisce il culmine della creazione, è resa possibile dalle diversità. Esse, per la Bibbia, non sono innanzitutto un terreno di scontro e di divisione, ma di incontro e di comunione. La diversità diventa feconda e genera nuova vita, in qualche modo permette di portare avanti la Creazione e di compiere il disegno di Dio. Insomma, per la Bibbia le diversità tra tutti gli Adamo e tutte le Eva di sempre sono solo un’occasione di comunione, quindi quando guardiamo un uomo, chiunque esso sia, dobbiamo vedere che ciò che lo rende diverso da me è in realtà il terreno su cui possiamo incontrarlo e l’occasione di generare qualcosa di molto promettente per entrambi e per l’umanità intera. Questa è la terza regola della grammatica delle relazioni secondo la Scrittura.

Se queste sono le regole fondamentali della grammatica umana secondo la Bibbia, sta a ciascuno di noi usarle per comporre la poesia di una vita concreta che, nell’incontro con uomini e donne diversi da noi per mille motivi, sia una vita pienamente umana. Uguali nella differenza per la comunione: sono regole semplici, ma costituiscono il minimo sindacabile per funzionare bene come persone. Per meno di questo non possiamo dire di vivere una vita che sia all’altezza della nostra altissima dignità.
Don Alberto

HANNO LASCIATO UNA TRACCIA – Mario Giuseppe Restivo

Mario Giuseppe Restivo nasce a Palermo il 24 gennaio 1963. Primo di quattro figli, di genitori originari di Castelbuono (PA), una cittadina di circa 12.000 abitanti, situata nel cuore delle Madonie, a tre anni circa dalla sua nascita, insieme alla famiglia, si trasferisce a Castelbuono. Qui avviene il suo primo contatto con la scuola: due anni di scuola materna e quattro di elementari; poi nuovamente a Palermo. Sin dai primi tempi, Mario manifesta un notevole impegno per lo studio e per le positive relazioni con i coetanei e con gli adulti, tanto da essere benvoluto e stimato da tutti. La sua maturazione è precoce. A 9 anni compone la sua prima poesia che dedica alla sua mamma. Il ragazzo però non si ferma qui, ma continua a comporre altre poesie e così nel 1974 il padre decide di dare alle stampe la prima raccolta che è intitolata: “La mia aurora”. A questa fa seguito un’altra raccolta, pubblicata l’anno dopo con il titolo: “In cammino”. Le due opere hanno molto successo; ne parlano molti giornali e riviste specializzate. Anche la RAI-TV dà risalto al volumetto “In cammino”, presentandolo il 5 Aprile 1976 nella rubrica televisiva “Tuttolibri” con un giudizio molto lusinghiero. Nel 1975, Mario, alunno di prima media della Scuola Statale “D. Scinà” di Palermo, ha assegnata la borsa di Studio “Federico Motta Editore” di Milano. A 15 anni, sceglie come modello di vita la figura di S. Francesco e ne incarna lo spirito di povertà. Ama tanto la natura, a contatto della quale riesce a sentirsi in contemplazione con Dio. Lo scautismo cattolico diviene il suo più forte ideale nel quale poter esprimere il suo impegno di apostolato. Fa parte del Gruppo AGESCI Palermo 3° e partecipa a campi di specializzazione a Spettine e a Marineo. Si rende disponibile per dare una mano all’apertura di un nuovo gruppo scout in una zona periferica di Palermo, presso la Parrocchia S. Raffaele Arcangelo (novembre 1978). Grazie alla maturità di Mario, il parroco insiste per affidargli l’incarico di Capo Reparto, benché sia ancora giovane. Segue con responsabilità e competenza i ragazzi del reparto e partecipa con vivo interesse alle attività di formazione capi. Partecipa alla Route regionale dei noviziati e subito dopo parte, con altri due scout coetanei, per Taizé al fine di partecipare ad una settimana di spiritualità. Nel lasciare la Base scout della Massariotta, al termine della route, saluta i capi promettendo che avrebbe dato una mano ai campi di specializzazione e allo sviluppo della Base, alla quale era molto legato. In cammino verso Taizé, il 19 Agosto 1982 nei pressi di Chambery (Francia) in seguito ad un incidente la sua giovane vita viene stroncata. Il suo ricordo è rimasto vivo nel cuore di tanti giovani, ma soprattutto nel cuore dei giovani scouts (non solo del suo Gruppo), che egli amò intensamente e di cui fu maestro, modello e guida.

Generazione X – La partecipazione fa la forza

Buongiorno cari amici ed amiche e bentornati ancora una volta sulle pagine di Generazione X.
L’articolo di oggi non inizia nei soliti luoghi dello scoutismo, nella nostra sede o in un qualche bosco più o meno remoto, ma nella centralissima piazza San Giovanni di Busto Arsizio, dove il 9 dicembre 2019 si radunava per la prima volta nella provincia di Varese il gruppo delle sardine. In quella piazza, oltre a me, non ho potuto fare a meno di notare la presenza di molti altri scout del mio gruppo, tutti rigorosamente in abiti civili e quasi tutti pervenuti in quella piazza in maniera indipendente, senza mettersi d’accordo fra loro, spinti lì dal mero desiderio di partecipazione democratica. Molti di loro hanno anche abbandonato la manifestazione leggermente in anticipo, per non tardare all’incontro di zona, programmato da tempo per quella sera.
Questo desiderio di partecipazione è chiaramente sentito anche da parte dei ragazzi, alcuni dei quali hanno saltato, ormai l’anno scorso, una o due attività per partecipare alle diverse marce per i diritti degli omosessuali o contro i cambiamenti climatici che si sono tenute in alcune città, soprattutto Milano, nel corso del finesettimana. Se per l’incontro delle sardine l’associazione è rimasta in silenzio, per questo tipo di manifestazioni, più politicamente schierate, sono stati fatti girare comunicati per cui si sottolineava che, chiunque avesse partecipato in uniforme lo avrebbe fatto a titolo puramente personale.
Se dovessi davvero pensare, come questo Thinking Day ci chiede, “all’uguaglianza ed all’inclusione nel rispetto della diversità” la conclusione alla quale arriverei è che questi ideali sono vivi e ben espressi dai capi, e di conseguenza dai ragazzi, che agli scout ci vengono e che davvero credono nei suoi insegnamenti, ma che questi stessi ideali sono presi solo marginalmente in considerazione da quell’associazione che si fa carico di diffondere il metodo scout.
È davvero possibile promuovere un ambiente di vera uguaglianza e vera inclusione quando membri di religioni diverse possono trovarsi scoraggiati ad entrare nell’AGESCI? È davvero possibile promuovere vera uguaglianza e vera inclusione quando gli adolescenti moderni esplorano le loro identità, le loro inclinazioni e talvolta addirittura la loro sessualità in un modo che difficilmente può essere affrontato dalla mera diarchia? (che fra l’altro spesso, per mancanza di capi, non si riesce nemmeno a garantire). Risulta insomma davvero possibile parlare di rispetto della diversità quando il colpevole silenzio dell’associazione centrale lascia intuire che la diversità vada affrontata come se non ci fosse? Che ogni tentativo attivo di partecipare alla vita della società civile, che spesso mette la diversità e le disuguaglianze al centro, va affrontata individualmente?
Quelle di cui qui parlo non sono tematiche nuove anzi, oserei dire che sono questioni ormai stantie, sollevate da moltissime persone, ma la cui soluzione è stata fin’ora affidata alle Co. Ca o alle singole Staff.
Ma voglio davvero una condotta univoca che arrivi dall’alto? Forse no, non voglio una linea generale obbligatoria da seguire ma vorrei vedere un polso, un fremito, un riconoscimento di questi ideali e magari un risveglio da parte dell’associazione nazionale su come queste situazioni andrebbero affrontate. Poco importa se la problematica è l’omofobia, il razzismo o un qualunque altro caso di esclusione del diverso, la mia esperienza personale mi insegna che un qualunque scout saprebbe affrontare queste sfide nel modo più umano e coscienzioso possibile, ma trovo scoraggiante che tutto questo idealismo venga affidato al singolo individuo quando alle spalle abbiamo un’associazione grande ed articolata. Non serve essere partitici e nemmeno di parte in generale, ma abbiamo fatto tutti una scelta politica legata a determinati ideali, che mettono al centro non l’esclusione del prossimo ma l’inclusione. Perché allora ogni volta che questi ideali vengono professati da qualche elemento della società civile, ci viene consigliato di aderire esclusivamente come singoli individui?
Siamo in uno dei tanti movimenti che si adoperano per quello che credo sia il bene del paese, a che pro nasconderci dietro ad un dito, e dire che gli ideali che l’associazione professa e che attivamente insegna a milioni di ragazzi sono semplice responsabilità del singolo?
Questo è un comportamento che si avvicina, purtroppo (e sicuramente in maniera involontaria) a quello di alcune frange dell’estrema destra la cui supposta neutralità serve ad allontanare chi ne propaganda i terribili ideali di odio da chi, seguendo quegli stessi ideali, porta morte e distruzione. Io per questa associazione voglio l’opposto: voglio che le tante cose buone che l’associazionismo scout porta nel mondo siano viste non come l’idea di singoli individui illuminati, ma come l’espressione di un filo che collega fra loro una schiera di individui illuminati, ciascuno dotato della propria individualità, ma tutti guidati da un imprescindibile ideale soggiacente: quello dello scautismo, dei dieci punti della legge.
Tricheco Birbante