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Una sede maggiorenne

16 Bentrovati care lettrici e lettori di Tuttoscout (abituali, sporadici o occasionali), la riconoscete quella in fotografia? Certo: è la nostra sede! L’ex-Macello Civico di Busto Arsizio. Era il 2002 quando ci entrammo per la prima volta alla ricerca di una sistemazione alternativa alla vecchia sede del Bustotre. Sì, perché il nostro Gruppo prima aveva un’altra sede o, meglio, due: una per lupetti, coccinelle e castorini in via Magenta (all’angolo con via Espinasse dove oggi è rimasto solo un grande albero che prima cresceva nel suo cortile) e una per i reparti in via Pace a fianco a Villa Comerio.
Mi raccontava un capo che, anni prima, si erano trovati le ruspe davanti alla sede già pronti per raderla al suolo. Tutti i fratellini e sorelline si presero per mano e formarono un cerchio attorno alla sede per proteggerla. Il Gruppo ottenne un po’ di tempo per trovare una sede alternativa e la risposta fu trovata poco più in là.
L’ex-Macello era abbandonato da anni, in rovina, covo di erbacce e, probabilmente, malviventi. Insomma, una cicatrice enorme in un quartiere fatto di cascine abbandonate e fabbriche dismesse. Dentro non c’era nulla: macerie, muri che mancavano, non c’era la corrente… Molto probabilmente se avessero mostrato le foto di come è oggi la sede a quei capi, quei genitori e amici che iniziarono a rimboccarsi le maniche davanti a quel “macello” si sarebbero scoraggiati pensando alla mole di lavoro da fare. Eppure, sono passati 18 anni, la nostra sede è diventata maggiorenne! Ci sono voluti tempo, fatica e denaro per realizzarla prima con grandi lavori, poi con migliorie continue, manutenzioni e pulizie, ma i segni del tempo non demordono. La nostra sede è un bene immenso che ogni scout d’Italia (ma non solo, penso) ci invidia: è uno spazio di libertà, di gioco, di riunione che ci offre possibilità precluse alla maggior parte dei gruppi scout (tant’è che abbiamo iniziato timidamente a condividerle mettendole a disposizione per pernotti e uscite). Per questo è doveroso mantenerla in buono stato fintanto che possiamo restarci: pulire i bagni, sistemare i muri e l’intonaco, curare il verde… È una ricchezza che ci viene affidata (e affittata) dal Comune verso la quale abbiamo una responsabilità che va oltre gli impegni contrattuali perché deriva dal nostro stile scout e quindi dal nostro avere cura del Creato e di ciò che abitiamo (per lasciarlo “migliore di come lo abbiamo trovato”).
17Questa storia mi ricorda un po’ quella dell’Arsenale della Pace del SERMIG, per chi ci è stato e ha visto le foto della “trasformazione” da arsenale militare in rovina a casa e fabbrica di buone azioni.
Ma in questa sede ormai maggiorenne abitiamo noi, un Gruppo ormai quarant’enne che si trova a fare i conti con una “crisi di mezza età”. A quarant’anni si è ormai adulti e bisogna prendersi cura di sé in modo diverso: la vita ha già inferto delle cicatrici e dei lutti che vanno elaborati; si sente il peso delle scelte del passato e fermarsi per capire dove ci hanno portato. Chi ci hanno reso.
A confronto, la nostra sede è da poco diventata matura per aprirsi anche agli altri, agli ospiti, ad abbellire un quartiere che negli ultimi anni si è ricolorato e ripopolato. Sono sicuro che quest’ultima cosa è successa anche per merito nostro e della nostra sede sottratta al degrado. Per questo dobbiamo continuare a prendercene cura come di noi stessi.
Geco Coinvolgente

Anche ricordarsi è avere cura

Santino Brustia 1949Scorrono ad uno ad uno i nomi degli amici nella mente, dei compagni di strada di un tempo, 70 anni fa, in cui il roverismo lombardo compiva una delle più ambiziose imprese scout. Santino Brustia sta sfogliando il libro che racconta la storia della Freccia Rossa della Bontà, il Raid Milano-Oslo con cui una trentina di Rover dell’ASCI portarono il messaggio di pace dei bimbi mutilati in giro per mezza Europa. Santino ricorda i nomi e i volti dei vivi e dei morti; i suoi occhi si bagnano di lacrime sia sulle brutte notizie di chi non c’è più che davanti alla speranza di poter rincontrare i suoi amici.
In un attimo capita una foto di Baden, don Andrea Ghetti, assistente ecclesiastico del Clan La Rocchetta (ASCI Milano 1) e la voce si spezza: “Lui li prendeva tutti con sé, neri e rossi”.
Infatti, il padre di Santino, un ferroviere che negli anni della guerra aderì alla Repubblica di Salò, volle che suo figlio partecipasse a tutti i costi a quella spedizione di riappacificazione. A fianco a lui ci sarebbe stato anche Duccio, scacciato da scuola durante il Ventennio perché figlio di un ebreo.
Alle sue spalle è appesa una foto di lui in uniforme davanti al Guzzino da 65cc con cui compì il viaggio: in testa una giovane chioma e sul telaio i gagliardetti delle città attraversate.
“Gli altri erano figli di professionisti, gente con l’aziendina, che non sapevano neanche dove avevano le calze – ironizza Santino ricordando alcuni di quelli che avevano fatto meno fatica a pagare la quota di partecipazione alla spedizione – e io ero il più veloce a montare la tenda.”

Santino BrustiaSono passati più di sei anni da quando il Clan Zenit scrisse il libro di cui sopra nel corso del Capitolo Nazionale del 2014. Da allora il lavoro di “ricordo” e salvaguardia di quella storia non si è fermato: tante serate di presentazione, una seconda edizione… e poco fa ancora un incontro con Santino che è stato “ritrovato” solo quest’anno. Perché? Come mai questo lavoro, nato tanti anni fa e che aveva più che degnamente raggiunto il suo obiettivo, viene ancora portato avanti?
Perché quando si è artefici di qualcosa ne si è anche responsabili. Sia un’amicizia, un figlio, un oggetto, un pensiero o, nel nostro caso, un ricordo. Siamo responsabili dei ricordi che teniamo in vita, delle storie che albergano nel nostro cuore. Anche i ricordi di Santino ora fanno parte di questo impegno di cui siamo portatori e di cui dobbiamo avere cura.
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#noicustodiAMO

09In occasione della pubblicazione del Messaggio per la Celebrazione della 14° Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, l’AGESCI lancia la campagna #noicustodiAMO, per contribuire a far crescere consapevolezza e impegno sul rispetto dell’ambiente e sulla necessità di stili di vita sostenibili.
Partendo dall’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, auspichiamo che molti Gruppi in tutta Italia possano organizzare nei prossimi mesi un momento di confronto e condivisione in stile scout aperto alla loro comunità locale e alla società civile. Un’occasione per promuovere la salvaguardia del Creato, bene comune e casa di tutti noi.

L’AGESCI proporrà quattro spunti di riflessione, da giugno fino a settembre, quando si celebrerà laGiornata nazionale per la custodia del Creato. Ogni volta realizzeremo una cartolina da diffondere sui social network, con una parola chiave e il parallelismo tra una frase tratta dalla Legge scout, dal Patto Associativo, o dai testi di Baden-Powell e un brano estrapolato dall’Enciclica Laudato Si.

Il primo spunto di riflessione ci racconta di #rispetto.
Inviate a ufficiocomunicazione@agesci.it le immagini e i racconti del momento che organizzerete dedicato alla custodia del Creato e attenzione… sulle pagine Facebook di Proposta educativa, Avventura e Camminiamo insieme troverete a breve le cornici personalizzate della campagna!
#noicustodiAMO
#seiscout
#rispetto

BLOG DE PAPEL – Episodio I: Il dentrofuori del Nuovo Mondo

Perché c’è un telefono cellulare nella vostra tasca? O nella vostra mano, o appoggiato in modo che sia raggiungibile facilmente mentre leggete queste righe? Ovviamente non per telefonare. Quell’oggetto grande come un palmo è una porta spazio-temporale che ci collega al resto del mondo dalla nostra stanza, con gli appuntamenti del futuro e i ricordi del passato. Possiamo essere contemporaneamente in più luoghi grazie a chi condivide con noi la sua esperienza e, similmente, sentire con noi amiche e amici distanti. Ma questa è solo una parte del potere di quel “telefono intelligente”: la cosa straordinaria è che si può anche non uscire dalla porta per essere da un’altra parte, si può restare a metà tra il “qui” e il “lì”. Se in Stranger Things c’è il “sottosopra” questo è un “dentrofuori”. Ci si muove, ci si conosce, si comunica e si gioca un po’ come nel mondo reale ma senza che sia davvero “vero”. Vuoi mettere? Tutto nella tua mano!

Perché parlare di Internet, World Wide Web e social agli scout? Perché gli scout sono sempre pronti, ovvio! In più ogni scout ha la cittadinanza del mondo e nel mondo dobbiamo saper abitare, pure essere utili quando serve. Ora, però, il mondo si è ampliato e dobbiamo saper abitare con stile scout anche il dentrofuori. Condividiamo cose vere o cose false, raccontiamo di noi o di qualcun altro, ci rifugiamo per staccare da tutto il resto o ci tuffiamo per collegarci ancora di più. Tutto questo, lo sapete o lo scoprirete presto, non rimane “dentro”, ma ha sempre un effetto sul “fuori”, sulle nostre vite reali. Dopotutto anche il dentrofuori è reale: quello che vediamo o leggiamo lì può avere un effetto sulla nostra vita.

Immaginate di essere in caccia col branco e Akela dica in cerchio che sta per arrivare un nuovo fratellino che ha dei problemi, si arrabbia facilmente e litiga spesso, quindi bisogna fare attenzione. Cosa succederà appena questa zampa tenera arriverà in tana? Succederà che i lupi saranno più diffidenti del solito e più timidi. Il nuovo arrivato non si sentirebbe ben accolto da un branco che lo guarda storto e i lupi inizierebbero a stargli antipatici e sarà più facile litigarci.
Se invece Akela dicesse che il nuovo fratellino è un sacco simpatico, appena arrivato i lupi sarebbero curiosi di conoscerlo e lui sentirebbe di avere l’attenzione del branco, si sentirebbe accolto e tutti gli starebbero più simpatici.
Il nuovo arrivato non cambia carattere solo perché Akela dice una cosa o l’altra, ma se una cosa è vera solo nella testa dei lupi avrà comunque effetti sulla realtà!

Internet prima e i social poi sono nati per avere effetto sul mondo e noi il mondo lo dobbiamo lasciare migliore di come lo abbiamo trovato. Perciò è importante essere scout anche in questa nuova parte di mondo, a metà tra reale e finto. Stile, lealtà, cortesia, purezza di pensieri e parole… sono tutte cose che dovremo seminare nella nostra vita quotidiana anche attraverso il tecnomagico portale-portabile che abbiamo in tasca. O in mano. O appoggiato in modo che sia raggiungibile facilmente…
Caster

Un campo estivo molto speciale… di 70anni fa!

06Era all’incirca metà luglio che mentre correvo per le strade della Slovenia ricevetti una telefonata:
“Ciao Giacomo, sono Andrea! Ho una proposta per te: conosci la storia della Freccia Rossa della bontà?”
Rispondo io: “Scusami Andrea, mi sento particolarmente ignorante in materia! Di cosa stiamo parlando?!”
Andrea: “Benissimo! Il primo weekend di agosto dovresti andare insieme ad altri due scout alle celebrazioni del quarto” World Rover Moot “tenutosi nel 1949 a Skjak (impronunciabile al tempo!), in Novergia!”
Io: “Benissimo! Ma che c’azzeccano le due cose insieme?”

Da questo primordiale dialogo nacque un’esperienza che oggi non posso non raccontare, come scout in primis e come persona capace di emozionarsi.
Ammetto: la telefonata non mi ha aiutato a capire le cose ma, come ogni proposta che arriva dal mondo scout, ha aggiunto entusiasmo e un pizzico di decisa frenesia alla mia vita.
Ho iniziato quindi un’affannosa documentazione inerente alla storia della “Freccia Rossa della bontà” e a quello che è successo durante il World Rover Moot del 1949.
Sono fortunato. Federica, che viaggerà con me, ha seguito i lavori delle due edizioni del libro “La Freccia Rossa – 1949: diario di un’impresa scout attraverso l’Europa”.
“Cavolo!” ho pensato, “mi è andata proprio bene! Esiste un libro ben fatto che provvederò a divorare quanto prima! Ma riguardo al Rover Moot?”

Ecco che qui capisco ancora una volta che le esperienze scout sono qualcosa di avvincente ed entusiasmante. Mai e poi mai avrei potuto pensare che a viaggiare con me e Federica si sarebbe accomodato un certo Cesare, uno degli scout che prese parte al Freccia Rossa della bontà e che nel 1949 arrivò con i suoi coetanei rover proprio al rover moot di Skjak!

Non è un sogno. Non è fantascienza. È l’ennesima sorpresa che esperienze e storie anche molto lontane dal mio vissuto prendano in realtà una piega ed una significatività ben diversa.
Di colpo mi sento incredibilmente legato a Federica e a Cesare, quasi come ci conoscessimo da una vita. Quasi come i nostri anni di differenza non esistano. La passione nelle nostre vene, quelle voci simpatiche e allegre, quel comun parlare mi fanno dire dopo ogni telefonata che lo scoutismo riesce ad avere una trasversalità generazionale che è qualcosa di unico e meraviglioso.
Ma non è unidirezionale. Dal basso dei miei 29 anni percepisco quello che in realtà è uno scambio di esperienze, un incrocio dannatamente bello di storie per le quali ho l’enorme fortuna di esserne un po’ testimone.
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Il rover moot è sicuramente una delle attività scout più interessante e particolare, visti i suoi connotati internazionali e la possibilità di incontrarsi con persone di altri Paesi.
Consapevoli di questo, la cittadina di Skjak (Norvegia) ha voluto riunirsi il primo weekend di agosto per festeggiare l’evento che probabilmente cambiò la sua stessa storia: il World Rover Moot del 1949.
Il 3 agosto ci accingiamo a partecipare alle celebrazioni dei 70 anni dal World Rover Moot.
Sono le undici e la piazza è un brulicare di persone, alcuni in abiti tradizionali norvegesi, qualche famiglia e molti curiosi probabilmente ignari della storia.
Oystein, il direttore del museo scout di Oslo accompagna me, Federica e Cesare in piazza. L’aria è frizzante, particolare, curiosa! Intento come sono a fare foto per documentare l’evento noto invece che sono proprio i presenti ad essere incuriositi dalle nostre ordinate uniformi azzurre.
Ma Cosa facciamo noi in questo luogo?
Studiare la storia ha dell’incredibile e a volte rivela avvenimenti il cui solo racconto lascia a bocca aperta e fa riflettere.
Federica infatti doveva presentare e consegnare alla cittadinanza il racconto appassionato e a tratti impensabile della “Freccia Rossa della bontà”, una vera e propria impresa scout.
La presenza di Cesare ha invece arricchito ancor di più la giornata visto che lui nel 1949 fu un diretto testimone degli eventi narrati nel libro e di quello che fu poi il Rover Moot a Skjak.
Entrare in quella piccola piazza tra la folla di curiosi è stato come fare un tuffo nelle emozioni e nei ricordi di Cesare con la curiosità che sicuramente sta venendo ad ognuno di noi.
Cominciano i vari discorsi delle persone del luogo la cui comprensione ci è abbastanza preclusa: nessuno di noi mastica il norvegese!
Sotto un sole decisamente caldo Cesare, procede emozionato ma sicuro alla scopertura del piccolo monumento dedicato al rover moot. Tra i suoni forti delle cornamuse che si liberano nell’aria, emerge da sotto al telo questa struttura in ferro che sostiene un mondo con una piccola targa a ricordo dell’evento. La gioia è tanta e le emozioni si liberano ancor di più quando Cesare si volge all’opera e la celebra togliendosi il cappellone scout. Un vero saluto, una vera gioia.
Federica, più tardi, racconta ai presenti la storia della Freccia Rossa e tangibili sono le emozioni che emergono dalla narrazione e che delinea tutti i connotati di un qualcosa di bello e unico.
È bello anche perché, a curare questo lavoro ci sono stati dei ragazzi del clan “Zenit” del Busto Arsizio 3 e che Federica ricorda nei passaggi del suo racconto.
Tornando alla storia, un gruppo di rover, a bordo dei propri Guzzini che attraversano l’intera Europa distrutta dalla guerra per incontrare le autorità o delle rappresentanze e sensibilizzarli sul tema dei mutilatini.
Più Federica procede con il racconto e più mi rendo conto di cosa dovesse voler dire attraversare l’Europa in quelle condizioni. Ripenso a come, alla base di quell’impresa ci fossero dei valori e delle testimonianze uniche, vere. Di fatto mi rendo conto di come, nonostante passino gli anni, lo scoutismo è una palestra di valori e di ideali che ti segna per la vita e che insegna a metterti in gioco continuamente!
Mi rendo conto di come, nel momento stesso in cui stavamo raccontando una storia a me lontana ma dai connotati straordinari, stavamo in realtà scrivendo il nuovo capitolo di una storia tutt’altro che finita. Cosa potrebbe accadere ora? Che effetto potrà esserci nella comunità locale?
Lo scoutismo in fin dei conti è un punto d’inizio con un filo che si snoda e dal quale si stacca ogni tanto un nuovo filo e poi un altro ancora. Ma da questi ultimi partono ad un certo punto altri fili e altri invece vengono a incrociarsi! Insomma, ne emerge una profonda rete in cui ogni filo è una storia che si sviluppa e dal quale nuove esperienze prendono forma! Un intreccio incredibile di idee, valori, persone! Una storia che noi stessi nelle nostre realtà stiamo contribuendo a costruire, oggi, come quest’oggi noi a contatto con la lontana ma quantomai “vicina” comunità di Skjak!

È bel05lo pensare come quattro vite così distanti tra loro, sia per le età che per le esperienze possano trovarsi accomunate da un unico spirito e un unico fuoco che arde: lo scoutismo. Credo che la magia più bella sia proprio quella capacità e quella consapevolezza che ognuno di noi, al rientro nelle proprie case sa che la propria vita si è arricchita di qualcosa di nuovo e bello.
La storia della Freccia Rossa della bontà è ora una bellissima pagina di storia legata ad un’impresa fuori dal comune per il tempo e sfociata poi a quei felici eventi del World Scout Moot. Ciò che testimonia è che come ben sappiamo, l’IM-POSSIBILE non è altro che una sfida a farlo diventare POSSIBILE per ogni buon scout.
Quello che accadrà domani? Impossibile saperlo, fantastico immaginarlo, incredibilmente bello realizzarlo!

Buona strada.
Giacomo Traversari,
capo scout di Treviso

Reparto Phoenix – Una nuova prospettiva… la mia!

15Ed eccomi qua, a scrivere il mio ultimo articolo tuttoscout da repartista.
Eh già, ragazzi, l’anno prossimo sarò in noviziato.
Un bel passo avanti, non pensate?
Il tempo è passato via davvero velocemente, e non sono ancora abituata all’idea che fra poco lascerò alle spalle il mio reparto, i miei amici diventati la mia famiglia, quelle persone speciali che mi hanno accompagnata, sopportata e supportata sempre.
Il tempo passa, è vero. Ma a volte vorrei soltanto che restasse fermo in un determinato momento o periodo. Ecco io vorrei rimanesse sempre in questi bellissimi 4 anni che ho, ormai, quasi finito.
Il reparto all’inizio mi spaventava, perché non sapevo chi mi sarei trovata davanti.
Ma ora eccomi qua, sono cresciuta, in tutti i sensi. Sono cambiata tanto e in meglio, ma non perché gli altri me lo hanno imposto, semplicemente perché loro mi hanno insegnato ad essere davvero me stessa.
16 bIl reparto è un posto fantastico, e per reparto intendo le persone speciali che lo compongono, guide, esploratori, rover, scolte e capi.
Tutti mi hanno resa la ragazza che sono ora, e devo a tutti la mia bellissima esperienza in questi anni.
Non so come farò senza le urla, i bisticci, gli sguardi ed i sorrisi che vedo sempre sui loro volti. Sono diventati importanti per me, e tutti hanno un posto nel mio cuore.
Abbiamo vissuto tante avventure insieme, e ci siamo sostenuti a vicenda in ogni momento. Ci siamo uniti e abbiamo capito che insieme siamo più forti, e abbiamo visto che l’amicizia è una cosa bellissima. Ho imparato molte cose, e spero di averne trasmesse altrettante.
Questi quattro anni sono stati pieni di emozioni, di risate e momenti indimenticabili.
Devo dire che per la prima volta in tutta la mia vita scout non so cosa scrivere e dire… Esatto, sono senza parole. Sono emozionata, felice, ma anche triste, pensierosa e, specialmente, in ansia, come al mio solito! Vado in ansia per ogni piccolezza, ho paura di tante cose e purtroppo questa non l’ho ancora vinta.
Ma sapete quale paura non c’è più in me? Quella del nuovo, del rischio di andare avanti per la propria strada, di proseguire su una via nuova, a me sconosciuta. E sapete perché non ho più paura? Perché so che così come in reparto ci sono state tante persone vicino a me, altrettante ce ne saranno in noviziato. Perché quando avrò attraversato quel ponte non sarò più la stessa. O almeno, sarò ancora la ragazza che sono e sono sempre stata, ma il mio punto di vista, la mia prospettiva della vita, quella cambierà. Perché diventerò un po’ più grande, come è successo in questi anni, e imparerò ancora di più, mettendomi alla prova stando al servizio degli altri. Perché, in fondo, è per questo che sono ancora scout, proprio perché ho tanta voglia di fare e di aiutare il prossimo voglio continuare il mio percorso per sempre, se Dio vorrà. Queste parole me le ricordo ancora, dopo tutto questo tempo. 16La promessa non l’ho fatta invano, l’ho fatta col cuore, ed ho pensato prima di chiederla perché è una responsabilità. Un impegno che ti prendi verso i coetanei, i più piccoli ed i più grandi, verso la staff, la squadriglia e il reparto, ma prima di tutto verso te stesso. Perché io ero consapevole di quello che stavo facendo, e l’ho fatto perché volevo correre il “rischio” di donarmi agli altri. E ora, passando, attraversando di nuovo quel ponte, dimostrerò che davvero voglio mantenere la mia promessa. Quindi non lo vedo tanto, quel momento, come un “lasciarsi il passato alle spalle” quanto un “camminare fiduciosa verso il futuro” sapendo che il passato sarà sempre lì per me.
Cambierò, come ho detto, la prospettiva, la mia visione delle cose. Infatti in questo tempo il reparto l’ho visto in modi diversi. All’inizio del mio primo anno era solo un insieme di persone diverse che si vogliono bene, ma ancora non ne avevo un’idea chiara. Dal secondo, invece, ho imparato a conoscere la gente, a non stare sempre solo con una persona, ma a battere la timidezza e andare a parlare con chi è nuovo. Perché per aiutare gli altri, dovevo prima aiutare me ad uscire dal mio guscio, ad essere me stessa ed a essere almeno un pelino estroversa. Dal terzo anno ho cambiato ancora la visuale delle cose. Sapete, diventando vice ho imparato a responsabilizzarmi, perché è una cosa importante, specialmente dal noviziato in poi. Ho imparato cosa vuol dire gestire una squadriglia, aiutare il capo ed organizzare le attività, ho imparato a non dar nulla per scontato e a vedere tutto a 360 gradi. Perché penso che per conoscere bene la gente non devi solo parlarle qualche volta, ma devi starle vicino, immedesimarti in lei e pensare come lo farebbe quella persona. Perché se guardi tutto dall’alto di una collina, non ti accorgerai dei piccoli dettagli che a volte sembrano banali ma, magari, sono essenziali. Se invece guardi tutto da un lato, non vedrai mai cosa c’è dall’altra parte della strada. Se scali una montagna e guardi verso il basso, vedrai che sei arrivato a buon punto, ma non vedrai quanto ti manca alla cima. Sforzatevi di vedere il mondo con occhi diversi, nuovi, giovani ma allo stesso tempo anziani. Con occhi da persona felice, responsabile e serena, con occhi da scout, insomma. Siate i primi a immedesimarsi negli altri e ad offrire l’aiuto per il prossimo. Perché la felicità sta nelle piccole cose, ed i sorrisi della gente sono i dettagli più minuti ed importanti.
18Voglio approfittare di questo articolo sulle prospettive per dirvi che la vita è bella, nonostante tutto e tutti. Perché dico per esperienza che noi siamo fortunati a vivere una vita per bene, ad avere opportunità che magari altri non hanno. Godetevi le piccole cose, le gioie della vita, purtroppo, non sono illimitate. Se pensate che la vostra vita non sia bella, che siete sfortunati a causa di qualcosa che non va bene, vi ricordo che c’è gente legata ad un letto per tutta la sua vita; vi ricordo che c’è gente che vive in pessime condizioni, a volte purtroppo anche disumane. Se pensate che la vostra vita faccia schifo perché siete presi in giro, bullizzati o qualcuno vi tormenta, ricordatevi che la vita è bella, se voi la considerate tale. Imparate a fregarvene di chi non s’interessa a voi e a tenere strette le persone a voi care. La vita è una sola, vivetela al meglio.

E con queste foto vi saluto, da repartista, e vi dico che ci vediamo l’anno prossimo, da novizia.

Buona strada!
Canarino Stravagante

Blog de Papel – Episodio pilota

Ho 25 anni, sono nato nel 1994. Nello stesso anno un certo Jeff Besos fonda Calabra (che poi deciderà di rinominare Amazon), l’IBM presenta il primo smartphone e la Sony lancia sul mercato la Play Station. L’anno dopo nasceva eBay. Stavo imparando a leggere e scrivere in prima elementare quando vidi in diretta TV il crollo delle Torri Gemelle, l’anno in cui nasceva Wikipedia. L’anno successivo, nel 2002, imparavo a usare gli Euro inconscio della nascita di Linkedin, il primo social network. Avrei dovuto aspettare le medie per iniziare ad usarne uno anch’io: si chiamava MySpace e oggi è praticamente scomparso.
Non penso che mai, in 200.000 anni di umanità, un venticinquenne si sia trovato a parlare a un dodicenne dicendo “ai miei tempi”. Eppure, da repartaro sono diventato rover e ora capo e sembra siano cambiate più cose in questi dieci anni che nei cinquanta precedenti. Le chiacchierate in reparto, le domande e le risposte che ci scambiamo come interpreti di lingue straniere, il cambiamento epocale che continuo a vedere, mi spingono (ma penso valga per tutti quelli che hanno più o meno la mia età) a sentirmi quasi un “veterano”, sopravvissuto a quando WhatsApp non esisteva e per “messaggiare” ci toccava inviare sms con il T9. E ogni sms costava!
Quando ne parlo mi sembra di sentire mio padre che mi racconta del cavallo che trainava il carretto del fieno in campagna o del bidello che passava alla prima ora con la brocca d’inchiostro a riempire i calamai. Ma io non sto parlando di cose di mezzo secolo fa: WhatsApp ha 10 anni. Se fosse uno scout sarebbe forse un lupo della legge!
Questi pensieri sparsi, che mi venivano parlando, appunto, con guide ed esploratori di oggi, hanno iniziato a trovare un filo conduttore leggendo “The Game” di Alessandro Baricco. Penso che offra uno stimolo portentoso per capire che cosa sta succedendo o, meglio, che cosa ha iniziato a succedere ben prima che Steve Jobs lanciasse il primo “Mac”, qual è la vera rivoluzione di cui siamo parte (attiva o passiva, lo scopriremo). È una riflessione che vorrei condividere con voi, poco alla volta. Vi invito quindi in questa nuova rubrica a patire per una route, un gioco avventuroso in cui daremo, come propone il tema di questo Tuttoscout, “uno sguardo al passato per aprire nuove prospettive”.
Mi piacerebbe viverlo come un blog dei “vecchi tempi”, ma qui, sulla carta. Per questo sarà un “blog de papel” interattivo che si riempirà anche delle vostre domande, idee e curiosità.
Per commentare questo strano blog, dando i vostri suggerimenti e contributi, potrete scrivere ai social del Gruppo (su Facebook e Instagram) con l’hashtag #bustotre e #blogdepapel.
Stay hungry
Stay… tuned!
Caster

Branco Tikonderoga – Il mitico campetto dei cda a Trieste

09 b    C’è troppo treno!
Sono Nicola e con altri 11 ragazzi sono stato a Trieste per il nostro campetto dei cda.
Poema scritto con Akela, in un momento di ispirazione… ferroviaria:
C’è troppo treno! Scendere!
Troppi alberi! Tagliare! Come? Con la motosega.
Ci sono troppe nuvole! E quindi? Piove!
Nicola

09Siamo 12 cda del branco Tikonderoga, e il 23 aprile siamo partiti molto presto dalla stazione per raggiungere Trieste. Eravamo assonnati ed agitati e pure felici di stare insieme 3 giorni. Abbiamo preso il treno che ha occupato 4 ore della nostra vita! Appena arrivati ci siamo stabiliti all’oratorio Santa Rita e pranzato con i nostri panini. Il pomeriggio è stato faticoso, abbiamo raggiunto il castello di San Giusto e visitato le rovine romane e la cattedrale del 1300. E poi è arrivato il diluvio e noi coi capi e Mang a svolazzare con le nostre mantelle per le piazze di Trieste. La chiesa Ortodossa aveva delle meravigliose sculture al soffitto, rose di una bellezza esagerata! Akela al molo audace ci ha spiegato la rosa dei venti e raccontato la storia della prima nave approdata ad una Trieste libera, nel 1918, per la fine della prima guerra mondiale. Al rientro in oratorio abbiamo preparato tramezzini per l’escursione del giorno dopo. Cena calda e gustosa e poi visione del film ‘Invictus’, storia di Nelson Mandela e della squadra nazionale di rugby del Sud Africa.
Anche noi vogliamo essere padroni del nostro destino!
11 bLa mattina dopo abbiamo fatto la colazione migliore del mondo, con pankache, nutella e marmellata. Spettacolo! Zaini in spalla, abbiamo raggiunto il castello di Miramare, chiuso per le riprese cinematografiche di un film. E finalmente il sole ed il mare, raggiungendo in pullman, Sistiana. Telo mare, via uniforme e fazzolettone e… primo tentativo di entrare in acqua: gelata e con cavalloni bellissimi! Abbiamo fatto delle piccole zattere che poi affondavamo coi sassi. Per rientrare a Santa Rita, abbiamo preso il treno. Dopo cena, mentre Baghee, Nicola e Chil, preparavano del tiramisù in cucina, abbiamo cantato “mani” e poi tutti insieme giocato a twister. Quella notte non riuscivamo a dormire, neppure Nicola che di solito ronfa appena tocca il saccoapelo. Eravamo strafelici di stare insieme! La mattina del 25 aprile ci siamo alzati molto presto per raggiungere un posto chiamato Risiera di San Sabba e che poi abbiamo scoperto esser stato un campo di concentramento. Ci siamo fermati lì per assistere alla cerimonia cittadina per la festa della liberazione ed una signora commossa, ci ha raccontato la sua storia e 10quella del suo papà deportato nel 1943. Tornati in oratorio abbiamo mangiato le ultime leccornie di Chil e Bagheera, compreso il tiramisù fatto da Nicola la sera prima. Dopo una mega siesta con torneo di calcetto e pulizie, visita alla chiesetta vicino all’oratorio, abbiamo raggiunto la stazione dei treni. Mitici il marzianito con animali di Mang e le ban fatte tutti insieme durante il viaggio. E… dopo la cena in cerchio sul marciapiede tra i binari della stazione di Mestre… c’è troppo freccia rossa… veloce! E tutti a casa!

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Nicola, Sara, Diana, Chiara, Angelica, Matilde, Yvonne, Mattia, Leonardo, Matteo, Lorenzo e Riccardo detto Il Mayer