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Branco Lupi della Brughiera – Un pernotto a Torino

07 Sabato 9 marzo ci siamo alzati presto apposta per un’uscita speciale a Torino!
La nostra sveglia è stata verso le 5 del mattino e ci siamo ritrovati in stazione a Busto pronti per vivere questa avventura.
Per raggiungere la nostra meta abbiamo cambiato due treni.
Il viaggio è stato lungo ma divertente: c’era chi giocava, chi dormiva, chi guardava fuori dal finestrino, chi continuava a parlare eccitato dall’idea di ciò che avremmo visto.
Una volta arrivati siamo saliti sul bus che ci ha portato vicino alla chiesa di San Bernardino, dove ci aspettava fra Raffo, il nostro vecchio AE che ora abita a Torino.
Fra Raffo ci ha accolto e ci ha “istruito” nella gestione del posto in cui avremmo dormito.
Oramai era ora di pranzo ed essendo molto affamati, abbiamo mangiato i nostri panini.
Sestiglia Marroni

Dopo un pranzo più che meritato, abbiamo preso un tram che ci ha portati in centro a Torino e verso le 14.00 siamo entrati al Museo Egizio.
Salendo per 4 piani su una lunga scala mobile, abbiamo notato la riproduzione gigantesca del percorso del Nilo sulla parete dei piani percorsi.
Con Chil abbiamo osservato papiri del Libro dei Morti che spiegavano i trucchi per superare gli ostacoli e i tranelli che il defunto avrebbe incontrato.
Gli Egizi erano ossessionati dalla morte, tanto che i faraoni subito progettavano la loro tomba.
Abbiamo visto i sarcofagi che custodivano i corpi imbalsamati, erano decorati sia all’interno che all’esterno ed erano 3 per gli uomini e 2 per le donne.
Abbiamo scoperto come gli scheletri non imbalsamati siano rimasti intatti grazie al clima secco e arido dell’Egitto che li ha conservati per millenni.
Infine abbiamo visitato una sala oscurata, dove abbiamo visto statue giganti, inerenti la religione egizia. Qui abbiamo concluso la nostra visita con una bella foto…
Sestiglia grigi

08Dopo un pomeriggio passato a osservare come uomini e territorio hanno saputo custodire le tracce di un’antica e affascinante civiltà, al convento di fra Raffo ci aspettava un’esperienza fantastica, una cena a “modi di scout grandi”.
I vecchi lupi ci hanno avvisato che avremmo preparato la cena utilizzato i fornellini come fanno gli RS e ci hanno spiegato come avremmo dovuto fare.
Abbiamo iniziato accendendo i fornellini, poi, riempita una gavetta di acqua, l’abbiamo fatta bollire. Quindi abbiamo messo il sale e la pasta. Quando ci è sembrata cotta, l’abbiamo scolata e abbiamo aggiunto il pesto. Non abbiamo mai mangiato una pasta al pesto più buona!
Dopo aver mangiato abbiamo fatto un fantastico bivacco. Ci siamo ritrovati in un museo. Lì c’era una nuova guardiana, arrivata quella sera. Lei non sapeva che cosa succedeva in quel museo di notte. Camminando, ha incontrato un egiziano, che le ha insegnato una “tipica danza”.
Discutendo sulle cose che c’erano in Egitto, è saltato fuori l’argomento delle piramidi.
Il visitatore egiziano ci ha fatto fare le piramidi umane, poi ci ha fatto costruire anche il trono del Faraone, la Sfinge, … insomma, noi eravamo le pietre che costruivano!
L’egiziano alla fine se ne è andato a dormire.
Mentre La guardiana continuava a fare il suo giro, ha incontrato un antico gladiatore romano. Questo nuovo personaggio ci ha fatto provare due gare: lo scalpo leale e la corsa dei cavalli. Anche i vecchi lupi hanno dovuto sfidarsi: Akela contro Bagheera e Fratel Bigio contro Wantolla.
Infine abbiamo incontrato un misterioso cavaliere innamorato che ci ha insegnato come conquistare le gentildonne.
Alla fine eravamo così stanchi che qualche cucciolo si addormentava in cerchio.
Fra Raffo ci aveva portato delle chiacchiere e dopo averle gustate, ci siamo preparati per andare a dormire.
Sestiglia Bianchi

La mattina di domenica 10 marzo, fra Raffo ci ha portato a visitare il convento dove abita. Ci ha spiegato la vita in comunità. Appena entrati abbiamo visto la statua di San Francesco d’Assisi e abbiamo imparato molte cose su di lui, …
Dopo, abbiamo visto il refettorio, dove i frati mangiano in fraternità. La parola fraternità è molto importante per i frati: come noi hanno regole sui momenti insieme. Per esempio si inizia a mangiare insieme, dopo aver pregato. Non ci si alza da tavola fino a quando l’ultimo non ha finito e non si può avanzare il cibo. Proprio come le regole del branco!
Fra Raffo ci ha detto che i frati pregano e stanno insieme perché i 2 pilastri della vita da frate sono la fraternità (frate = fratello) e la preghiera. Infine ci ha portato nel chiostro e ci ha mostrato la statua di Maria con in braccio Gesù Bambino. Era al centro, circondata da tante piante e cespugli di fiori che stavano per sbocciare. Ci ha fatto stare in silenzio per 10 secondi per farci sperimentare la tranquillità custodita dalle mura del chiostro. Appena entrati nel chiostro tutti abbiamo detto “Che Bello!” e davvero era bellissimo.
Alla fine abbiamo fatto una foto con fra Raffo che ci ha salutato e benedetto.
Appena usciti, abbiamo preso il bus e siamo andati a parco Valentino, abbiamo pranzato con hamburger e patatine che i vecchi lupi hanno comprato al McDonald’s.
Sestiglia pezzati

Arrivati al Parco, abbiamo subito fatto la nostra catechesi. Per noi è stato molto d’aiuto. Abbiamo capito come accettare i nostri difetti e come migliorare noi stessi. Abbiamo imparato a volerci bene a conoscere le nostre passioni, i difetti e le paure… abbiamo capito che chi ti vuole bene, ha il coraggio di dirti le cose che non vanno, perché vuole custodirti. Proprio come Baloo e Bagheera hanno fatto a Mowgli, nel racconto “la caccia di Kaa”.
Siamo molto felici di questa bella esperienza che pensiamo essere stata molto educativa.
Speriamo ci capiti ancora.
Sestiglia neri

Essere capogruppo

04 Nuovi OrizzontiSapevo che, prima o poi, sarebbe successo: “Ehi, ci scrivi un editoriale dopo il tuo primo anno da capogruppo?”.
Già, e adesso? Mi toccherà inventarmi qualcosa…
Parlando seriamente, quando diventi capogruppo accadono cose che, bene o male, ti aspettavi fin dall’inizio e altre alle quali non avresti invece mai pensato, soprattutto se come capita a me, non riesci a trovare il tempo per seguire contemporaneamente al servizio assegnato, anche la conduzione di un’unità.
La prima impressione, a inizio anno, è che… Ti manchino i ragazzi, non seguendoli più “in diretta”. Che ti fai carico di una diversa categoria di problemi, meno logistici e più istituzionali. Che cambiano le relazioni che intrattieni, con un rapporto tra quelle esterne rispetto a quelle interne al gruppo decisamente aumentato rispetto all’anno precedente. Si modifica la tua agenda; non che le pagine diventino più o meno fitte, semplicemente cambia forma annoverando impegni di natura differente rispetto a quanto non accadesse solo l’anno prima.
Certo, c’è la soddisfazione di rappresentare uno dei gruppi AGESCI più numerosi d’Italia, se non il più numeroso e, insieme, il timore continuo di non esserne mai all’altezza. C’è la paura atavica di non meritare sempre quella fiducia nella quale hai posto il tuo onore, quella di non saper gestire tutte le novità; soprattutto quando afferiscono ad ambiti che non conosci, come tutte le modifiche al regolamento metodologico delle branche nelle quali non hai ancora fatto servizio o gli adempimenti che ogni anno, per ruolo, devi assolvere.
Poi, ineluttabilmente, cominci a prestare servizio effettivo come capogruppo e, banalmente, la tua visione delle cose prende una forma diversa da quella che avevi all’inizio di quest’avventura.
Impari che muta il “peso” delle tue parole che devono diventare più autorevoli, ora che hai addosso gli occhi di tutti i capi e i ragazzi del tuo gruppo e capisci che in Co.Ca. devi stare attento al “peso” di quelle parole, sia nella diplomazia che nella fermezza, perché ora vengono da un capogruppo. Impari che i ragazzi, in realtà, non ti mancano perché ora, che tu lo desideri o no, sei un capo per tutti loro, non solo per quelli della tua unità.
Apprendi che non sono diverse le necessità dei tuoi ragazzi ma è la tua visione prospettica che necessita di essere ampliata, includendo aspetti ai quali non prestavi particolare attenzione, gestiti fino a quel momento dal tuo capogruppo (appunto) e ora diventano strumenti che metti nello zaino durante il cammino che definisce il tuo progetto del capo.
Capisci che enti, istituzioni, associazioni, genitori, ecc… necessitano di un interlocutore per tutto il gruppo e, parlando linguaggi diversi, ti insegnano a rapportarti in modo diverso dall’uno all’altro senza perdere di vista i valori, la bussola che indica il tuo percorso.
Ti arricchisce il confronto con altri capi che in Zona o in Regione, svolgono il tuo stesso servizio e condividono le tue difficoltà. Percepisci bene il peso che comporta la maggior responsabilità e i rischi ad essa connessi.
Certo, più volte ti vien voglia di gettare la spugna che, tradotto, non vuol dire “rinunciare all’incarico” ma semplicemente, lasciare che le cose vadano per loro conto: “…Chi te lo fa fare di farti sangue amaro, tu digli sempre di sì, e vivi tranquillo…”. Altrettante volte capisci il pericolo derivante dalle conseguenze di quella spugna gettata e decidi di tenere duro.
Impari a contare fino a dieci prima di prendere fuoco e, in questo modo, ti nutri della diversità, che diventa ricchezza, delle opinioni della tua Co.Ca. e gioisci tutte le volte che un ex-partente, diventato giovane capo, ti stupisce mostrandoti che hai ancora molto da imparare.
Ti rendi conto che in tutto questo, fortunatamente, non sei solo perché i tuoi compagni di strada sono una controparte nella diarchia talmente in gamba da riuscire a sopportarti e un A.E. che la Zona, sotto sotto, ti invidia, per non parlare di quel Dio meraviglioso in cui credi e che ogni tanto bistratti, che in tutto questo marasma non ti ha abbandonato un solo attimo.
Ecco. In quel momento, volgendoti indietro e chiudendo gli occhi, rifaresti ancora tutto senza perderti nulla. Non foss’altro che non sarebbe così bello da nessun’altra parte.

È allora che sei sicuro di aver fatto, nonostante tutti i tuoi difetti e le tue inadeguatezze, tutto sommato la scelta giusta; quella che, pur tra mille difficoltà e ostacoli, non ti fa rimpiangere il cammino che stai percorrendo e ti fa sentire grato per l’occasione di crescita che ancora ti viene offerta.
Termite caparbia

L’importanza di salire il primo gradino

Benvenuti cari amici ed amiche ancora una volta sulle pagine di generazione X.
Questa piccola formula, che ormai uso da anni e che, vi dirò, è un ottimo antidoto al tipico “terrore della pagina bianca” era nata con l’intento di essere accogliente ed inclusiva: in essa si dà il benvenuto ad entrambi i sessi messi, per quanto l’ordine della lettura possa permetterlo, esattamente sullo stesso piano.
L’idea di trattare tutti nella maniera il più equa e priva di pregiudizi possibile è sempre stato un ideale che ho sempre cercato di rispettare nel corso della mia vita e la sua importanza è per me aumentata quando, dopo essere diventato capo, mi sono trovato a dovermi relazionare con tantissimi ragazzi diversi: mi sono trovato ad interagire con adolescenti timidi, esuberanti, astuti, inconcludenti, ed a dover trattare tutti loro allo stesso modo, ma anche diversamente, cercando di ottenere il giusto bilanciamento fra la capacità di mettermi nei loro panni ed il mantenermi distaccato per poter trovare una soluzione oggettivamente corretta ai loro problemi. Non importa se la problematica fosse la scuola, delle tensioni in famiglia, la mancanza di denaro o quant’altro, si fa il possibile per trovare una soluzione cercando, nei limiti della ragionevolezza, di venire incontro non solo ai bisogni del ragazzo ma anche di rispettare quello che lui percepisce come importante.
Per questo trovo genuinamente avvilente quando, di fronte ad alcune prese di posizioni dei ragazzi che evidentemente sono costate loro molto ragionamento, non poco coraggio e che andranno inevitabilmente a modificare profondamente come loro stessi si vedono e forse anche di più come il mondo esterno interagirà con loro, ci sono capi la cui reazione è chiedersi “Non è che lo sta facendo per attirare attenzione?”.
Ad onor del vero, è una possibilità: tutti abbiamo avuto dei periodi più o meno fuori dal comune durante l’adolescenza, ma questo mi sembra il modo peggiore per affrontare la questione.
Innanzitutto perché mi pare irrispettoso nei confronti del ragazzo. Può anche darsi che nel lungo termine si tratti solo di una bislacca fase adolescenziale ma, nell’adesso che vive il ragazzo, quella fase è, a tutti gli effetti, ciò che lui è: perché non considerarlo seriamente?.
Secondariamente perché, trattando il tutto come il capriccio di un momento, rischiamo di alienarci il ragazzo e di lasciarlo da solo proprio nel momento in cui più può aver bisogno di noi: sono sicuro che per molti gli scout siano stati una zona sicura nella quale rifugiarsi quando il mondo esterno sembrava esserci nemico: in attività potevamo sfogarci rispetto ad un ambiente casalingo troppo ingessato, o era dove potevamo mettere a frutto capacità mentali e manuali che la scuola non ci chiedeva di usare; per me era il luogo dove potevo semplicemente essere me stesso, in contrasto con un ambiente scolastico che mi voleva, ad ogni costo, amalgamato alla norma.
E questo è nulla rispetto a quello che deve passare un ragazzo che si renda conto di provare sentimenti per quello che, ancora per molte persone, è cinsiderato il sesso sbagliato, e questi ragazzi meritano di trovare negli scout un posto aperto, costruttivo ed accogliente, come lo abbiamo trovato noi.
L’ultimo, fondamentale motivo per cui non dovremmo prendere con leggerezza queste problematiche dei nostri ragazzi è che, che ci piaccia o meno, questo è solo il primo gradino. Il mondo sta cambiando molto in questo senso e, se a noi che facciamo gli educatori è chiesto semplicemente lo sforzo di accettare il cambiamento, per molti nostri ragazzi l’incertezza del cambiamento è la loro realtà quotidiana, in cui sguazzano molto meglio di noi: oggi scoprono di provare sentimenti per il loro stesso genere, dopo inizieranno a chiedersi se i vestiti che portano rispecchiano veramente chi sono dentro, e così via finché, un giorno, ci troveremo col problema di capire quale, dei due possibili patacchi cucibili sul taschino destro, sia giusto dare al ragazzo.
La risposta non sarà semplice e richiederà un lungo e profondo dibattito: tanto vale iniziare a portarci il più avanti possibile.
Tricheco Birbante.

hanno lasciato una traccia: Père Jacques Sevin S.J.

Père Jacques Sevin S.J.

“Insegnare ai bambini a diventare uomini, insegnando agli uomini a ritornare bambini” Padre Jacques Sevin, gesuita, nacque a Lilla il 7 Dicembre 1882. Fin dal 1913 si interessò al movimento scout, che volle studiare recandosi personalmente in Inghilterra, ove strinse profonda amicizia con Robert Baden-Powell. Nel 1920 fondò l’associazione degli Scouts de France, di cui fu commissario generale fino al 1924; al primo Jamboree mondiale (Londra) istituì assieme al belga J. Corbisier ed al conte Mario di Carpegna (fondatore dell’ASCI), l’Organizzazione internazionale dello Scautismo Cattolico, da cui si sviluppò in seguito la Conferenza internazionale cattolica dello scautismo. È suo merito quello di avere profondamente ripensato i valori ed i simboli propri al metodo scout, con l’intenzione di immettere lo scautismo nella vita stessa della Chiesa, quale mezzo per meglio servire Dio e il prossimo. Fu lui a donare al movimento i primi lineamenti di una caratteristica spiritualità, anticipando numerose intuizioni del Concilio in campo educativo, liturgico, ecumenico. Molti dei canti da lui composti – su melodie preesistenti – esistono anche in versione italiana e costituiscono il nucleo più antico e più bello del repertorio scout: Il Canto della promessa, il Canto dell’addio, La leggenda del fuoco, Preghiera della sera, Signor tra le tende schierati. Si spense a Boran sull’Oise il 19 Luglio 1951, dopo aver dato inizio nel 1944 alla Compagnia della Santa Croce di Gerusalemme, riconosciuta nel 1963 come congregazione religiosa femminile di diritto diocesano. Essa è presente in Francia (con sei case, tra cui pure una fraternità di stretta vita contemplativa), in Terra Santa ed in Cile. Il carisma proprio della Congregazione è quello dell’apostolato educativo tra i giovani, alimentato da una spiritualità contemplativa ignaziana e carmelitana, e attraverso numerose delle intuizioni educative proprie del metodo scout. Nel 1993 si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione del Padre Sevin.

Una storia da ascoltare… un capo branco di valore

Con il finire dell’estate calda, mi aggrego ai frati, per andare ad Assisi. Di Francesco non c’è traccia, forse è a Perugia. La città è diversa, sembra più tranquilla di un tempo. Ci sono dei cantieri aperti, con case in costruzione. Le strade di ciottoli però, ospitano sempre i bambini che corrono vocianti nei loro giochi. Nessuno bada a me, nessuno mi insulta e nessun sasso viene lanciato.
Ai bordi delle strade i mendicanti sono seduti con la loro ciotola in mano; è mattina e qualcuno si inchina a fare l’elemosina, senza nascondersi. Cosa ha causato questo cambiamento?
Da lontano vedo una coppia di frati nel saio color terra, con le braccia cariche di sacchi e coperte. Stanno scendendo per la strada che porta al lebbrosario. Dal colle dove si trova la città, si vede la piana sottostante, illuminata dal sole, come un grande quadro. Guardo le pendici della città, i palazzi dei nobili in alto, le baracche degli ultimi in basso. Tra questi due livelli, un’incessante attività di carità che avvicina queste realtà distanti, facendo in modo che entrambe trovino giovamento: gli uni allo spirito, nel donare, gli altri al corpo, nel ricevere. Quello che stupisce è vedere come la malattia possa cambiare una persona. Ricordo che tempo fa, ho conosciuto un tale che, da sano, sfuggiva noi ultimi, ma che una volta colpito leggermente dalle piaghe, ha cambiato totalmente modo di vita. Aveva, se non ricordo male, una bottega dove rilegava i libri, cuciva i fogli e le copertine, riparava vecchi tomi che provenivano anche da biblioteche lontane. L’ho visto io stesso, sottrarre tempo alla bottega, per venire qui a dare una mano. Chissà che fine avrà fatto!
Le condizioni del lebbrosario erano leggermente migliorate, non c’erano più capanne fatiscenti di stracci e paglia, ma piccole baracche di legno costruite dai frati che accudivano i malati. L’olezzo era lo stesso, ma all’occhio mi balzò subito la maggiore presenza di gente comune. Gente del paese che portava vestiti puliti, bruciava le bende sporche, portava acqua e pane. Passo lentamente nel piccolo villaggio dove la tolleranza è la massima espressione di solidarietà. Qui non ci si viene per caso, se sei malato lo cerchi per trovare sollievo e se non lo sei, lo cerchi per dare conforto. Nei giorni seguenti gironzolavo tra le piane: a mezzo colle c’è un luogo dove alcuni frati si ritirano in preghiera, anche Francesco.
Tra il bosco di lecci e querce, ci sono delle grotte che ospitano i frati, sulla nuda terra. L’eremo delle carceri, come viene chiamato, dista da Assisi, pochi chilometri, su un sentiero immerso nel verde. Incamminarsi per quella strada avvolta nella quiete, interrotta solo dal canto degli uccelli, mi dice che l’impronta della Sua mano, è presente ovunque. Ogni tanto si incontrano frati che cantando, scendono o salgono, salutando chiunque incontrino, gioiosamente. Fu uno di questi, fermo a prendere fiato, che mi raccontò di Francesco.
Da tempo la sua salute è peggiorata, anche se lui continua a dire di stare bene e di non preoccuparsi. Da tempo si è messo da parte, è sempre lui il riferimento per la marea di fratelli sparsi nel mondo, ma non è più lui a capo del movimento dei frati. Lo ha riferito in una riunione, quella che chiamano il capitolo, davanti ai suoi compagni.
Per la piana ed in città, era un via vai di gente vestita come lui. Ricordo di essermi seduto fuori dalla porta a guardare la gente che passava, come facevo da un po’, da che le gambe fanno fatica a reggermi e la schiena scricchiola. Un vecchio prete, che conosco da tempo, da quando giravo ad aggiustare sedie e tavolini per vivere, si ferma e parliamo. Anche lui ha sentito di Francesco. Sa che non sta bene. Chissà come, quando si tira in ballo Francesco, qualche aneddoto viene rispolverato: tempo fa ero a Gubbio, un paese più a nord di Assisi. Sapevo che in quel periodo c’era il pericolo di imbattersi in branchi di lupi affamati. Avevano già decimato polli e pecore dei villaggi più isolati e a volte, purtroppo qualche pastore sprovveduto, ci ha lasciato la pelle. La notizia dilagava tra i pastori e tra la gente dei borghi lontani dalla città.
Francesco era di ritorno da non so quale strada, fatto sta che, trovandosi a Gubbio, venne informato dei lupi. Un giorno gli ululati si fecero così vicino alla città, che la gente spaventata si ritirava nelle case. Il paese era deserto, si sentivano in lontananza i guaiti inquietanti di quegli animali. Ma quello che mi sconvolse fu la serenità di Francesco, quando chiese al curato di dargli da mangiare per quelle povere creature affamate. Il povero prete non seppe cosa dire e di tutta risposta diede a Francesco del pane, un pezzo di salame e una gallina appena spennata. Sarebbe stato il suo sostentamento per una settimana, ma aveva imparato, come tutti, a non fare domande a quell’uomo di Dio.
Solo, nel paese deserto, con il suo fagotto di cibo, Francesco si incamminava per le vie, seguendo quei “guaiti” lontani. Le notizie volano come il vento e lungo la strada qualcuno dona a Francesco altro cibo per i lupi. La fiducia in quell’uomo è immensa. Dietro di lui, a distanza di sicurezza, si va formando una piccola processione di uomini e donne in preghiera. Lo so perché ero io a recitare il Padre nostro a mezza voce, poi seguito da tutti gli altri. Timore e speranza di vedere qualcosa di insolito, da poter raccontare.
Nel Vangelo si legge “Andrete come agnelli in mezzo ai lupi” Era quello che stava facendo un uomo solo. Fuori dal paese, dopo le ultime case, ci siamo fermati, colpevoli di vigliaccheria, e lui, solo, camminava verso i lupi. Fuori dal bosco Francesco si inginocchia, non butta il cibo lontano, ma lo tiene vicino a sé. Le sue braccia alzate invitano i lupi a venire da lui. E qui avvenne tutto. Dai cespugli qualcosa si muoveva, respiri affannati di bestie che si avvicinavano ed annusavano l’aria carica di odori di cibo. Un solo lupo, forse il capo branco, si stava dirigendo verso il cibo e verso Francesco. Fra le ombre della macchia del bosco, gli occhi affamati del branco. Di solito il capo branco, per manifestare il suo valore, tiene la coda ritta, ma, a tre metri da Francesco, la sua testa era china come la coda. Francesco lo chiama e questo avanza fino a farsi accarezzare. Francesco gli parla e il lupo si lascia toccare, leccando le mani dell’uomo di Dio. Ci fu un attimo di sgomento quando il lupo appoggiò le zampe anteriori alla spalla di Francesco, toccando con la sua, la testa di Francesco. Lui abbracciò il corpo del lupo e poi lo fece scivolare a terra. Mentre si alzava, il lupo rimase a guardarlo negli occhi. Francesco sorrise, un’ultima carezza tra le orecchie e sotto il mento, poi si voltò per tornare sulla sua strada, lasciandosi alle spalle due occhi amici. Francesco vicino a tutti noi, si voltò e salutò tutti i lupi usciti dal bosco, vicino al loro capo: “La pace sia con voi, fratelli lupi!”.
A quel punto tutti i lupi presero il cibo per portarlo via nel bosco, dove tornavano, tranne uno. I suoi occhi guardavano solo Francesco e lui lo benedì con un grande segno di croce. La belva emise tre ululati e andò verso il bosco, non prima di dare un ultimo sguardo a Francesco, muovendo leggermente la coda. Poi sparì. Da quel giorno i lupi non si fecero più vedere nei pressi della città e dei villaggi vicini. Li si poteva sentire nei boschi; ogni tanto qualcuno lasciava tra gli alberi, galline spennate o ossa di maiale con un poco di polpa, a ringraziamento per quel “patto” fatto da Francesco.
Il prete si ferma di raccontare: sembra una favola, ma so che questo è tutto vero e da aggiungere ad altri fatti di ordinaria originalità, dei quali la strada di Francesco è colma.
Affascinata e piena di gioia, con gratitudine ringrazio l’autore di questi racconti, Fabio Bergamaschi.
Alla prossima lettura!
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Ci vediamo dall’altra parte

Il 16 febbraio è toccato anche a me scegliere. Decidere di prendere la partenza non è così facile come sembra perché serve capire davvero cosa si vuole fare della propria vita arrivati ad un certo punto. Ecco perché ho deciso di mettere la lettera che ho scritto al clan per far capire cosa per me ha significato prendere la partenza.

Caro Clan,
è strano essere qui in mezzo ai capi a leggervi la mia lettera. Non credevo che questo momento sarebbe arrivato così presto, nonostante siano passati quattordici anni da quando ho varcato il cancello della sede per la prima volta. Non mi sarei mai aspettata che gli scout diventassero così importanti nella mia vita: mi ricordo ancora come se fosse ieri quando ho chiesto alla mia Arcanda se agli scout si dormiva fuori senza genitori e lei mi ha risposto di sì. Ecco, quello è stato il momento in cui ho realizzato che da qui non mi sarei mai più mossa. Grazie ai miei capi delle Coccinelle (sì, vado fiera di essere stata una Coccinella!), che mi hanno accolto a braccia aperte, ho capito cosa volesse dire veramente la parola “Eccomi”.
Ma come tutte le avventure, anche questa è arrivata al termine e alla fine di un percorso vanno sempre prese delle decisioni che indirizzeranno la tua vita in futuro. Da quando sono entrata sapevo già come sarebbe andata a finire: non posso andarmene senza prima aver dedicato del tempo agli altri. Ecco perché ho deciso di rimanere in Associazione: ho voglia ed energia da dare a coloro che stanno muovendo i primi passi all’interno di questo mondo che a me ha cambiato la vita e vorrei essere al loro fianco per poter scoprire tutto quello che ancora non so proprio come dice la canzone “è adesso il momento di dare il meglio a viso aperto”.
Il lavoro che vorrò fare da grande mi porta a prendere un’altra decisione fondamentale per il cammino di partenza: quella di essere un buon cittadino e fare di tutto per poter “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato”. Sì, perché facendo l’insegnante avrò la possibilità di insegnare a coloro che saranno i miei alunni cosa vuol dire il rispetto per il mondo, la sua cura e soprattutto tutti quei piccoli gesti che potremmo fare anche noi nel nostro piccolo.
La scelta di fede invece è stata quella più complicata ma ho ricevuto un grande aiuto in un evento a cui ho partecipato e in cui ho lasciato un pezzo di cuore: la ROSS mi ha fatto capire che la fede non è solo dentro un momento prestabilito e inscatolato ma la si vive in ogni momento. Per me si può definire come un luogo in cui andare con la mente per cercare di trovare un momento di pace, un momento per ragionare sulle scelte prese, sul tempo vissuto e cercare un dialogo vero con Dio.
Eccomi qui allora, al momento in cui finisce la mia vita da educanda e inizia quella di educatore. Sicuramente non sarà tutto rose e fiori ma proverò a dare il meglio di me e a vivere appieno tutti i momenti che arriveranno. Mi è stata data la possibilità di vivere tutto ciò dalla mia famiglia che devo ringraziare di cuore per avermi sostenuta nell’andare avanti e non mollare mai.
Dopo di loro c’è una marea di gente a cui devo molto: grazie ai miei capi clan che, nonostante tutto, mi hanno accompagnato fino a questo momento dandomi anche l’opportunità di partecipare alla ROSS, nella quale ho conosciuto delle persone stupende che porterò sempre nel cuore. Grazie a tutte le staff in cui sono stata come scolta, per avermi dato la possibilità di mettermi in gioco, sbagliare ed essere corretta in modo da diventare un buon educatore.
E infine grazie clan: grazie ad ognuno di voi per avermi permesso di condividere un pezzo della mia vita con voi e di esserci stati quando più ne avevo bisogno. Spero di avervi lasciato una briciola di me tanto quanto voi ne avete lasciate a me. Dico solo una cosa ad ognuno di voi: ci vediamo dall’altra parte!
Buona Strada,
Giulia Rossetti Colibrì solerte

Credete in voi stessi e fidatevi di chi vi sta accanto

“Accogliere con gioia”. Quando mi è stato presentato il tema di questo tuttoscout mi si sono prospettate due idee: o mandare alla redazione la mia lettera della partenza (opportunamente riadattata per non farla sembrare proprio una copiatura…) o scrivere un articolo inerente all’argomento ma senza partenza.
Ho scelto invece di spiegare perché secondo me “accogliere con gioia” è stato un po’ il motivo per cui sono finita a prendere la partenza.
Sono stata accolta con gioia dai miei genitori, che mi hanno fatto conoscere questa splendida avventura che è lo scautismo e che sempre con la stessa gioia del primo momento hanno perseverato nella convinzione che fosse il tipo di educazione di cui avevo bisogno.
Mi hanno poi accolto i miei vecchi lupi così come ero, con il mio carattere, le mie insicurezze e i miei difetti. Con gioia mi hanno accompagnato negli anni del branco, sapendo che in quel momento stavano facendo giocare una bambina, ma che quella stessa bambina poi sarebbe diventata grande.
E così i miei capi reparto, poi i miei capi clan: mi hanno accolta così come ero, senza la pretesa di plasmarmi ma con la voglia di fare di me non solo una brava persona ma anche una buona cittadina. E questa è una cosa che riempie di gioia me.
Mi hanno accolto con gioia tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, da quelle che ho visto per magari solo qualche uscita a quelle con cui condivido anni di avventure e amicizie.
Accogliere con gioia nell’amicizia e tra pari non è scontato, o quantomeno non è scontata la gioia.
Forse lo dico perché mi è stato inculcato sin da piccola (“il lupetto vive con gioia e lealtà” o “sorridono e cantano anche nelle difficoltà”), ma credo che in realtà sia il modo più autentico con
cui vivere le relazioni, ci piacciano o non ci piacciano.
E così -per tornare da dove sono partita- l’accogliere con gioia è stato un modo per vivere il mio cammino di partenza.
Per chi non lo sapesse o è rimasto indietro, la partenza prevede tre scelte: politica, di servizio e di fede.
Probabilmente sembrano abbastanza scontate, ma anche qui il segreto è stato scegliere accogliendo con gioia quello che sarebbe venuto.
Non nascondo che il cammino verso lo scegliere è stato costellato da dubbi e anche momenti di sconforto, ma adesso mi rendo conto davvero che se si è convinti delle scelte fatte significa che si è accolto il rischio e con gioia si è accettato quello che sarebbe arrivato. Posso umilmente dire che io ho fatto così (certo qualche incertezza l’ho ancora, ma è normale).
Quella che forse mi ha messo più in crisi è stata la scelta di servizio. Ho guardato a Dio per sapere cosa fare, e dal suo esempio ho capito che volere il bene del prossimo è sempre la scelta giusta e che per fare questo nel mio caso dovevo diventare da educanda educatrice.
In questo senso ho accolto con gioia questa sfida, perché nonostante i dubbi credo che la gioia che sapranno darmi i ragazzi sarà quella che mi insegnerà a farli crescere.
Come ho anche concluso la lettera della partenza -e qui sì che la cito!- suggerisco a tutti coloro che non conoscono la gioia dell’accogliere, di credere. Credete in voi stessi e fidatevi di chi vi sta accanto. Solo così potrete diventare prossimo per gli altri, perché sarete in grado di accoglierlo con gioia.
Anna Balossi
Gazzella Loquace